Come in dittici

da COME IN DITTICI (1954-56)


RIMANE FRA ME E TE

Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto.

Se i tormenti sono tristi,
l’edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l’orizzonte lucida di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapida o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l’aria,
le tumide vene delle vie le ore.

Non l’eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.

Non si parla né triste né lieto;
e presto o tardi, perché a fior di labbro
gentilmente nel filo tenue dell’erba
tristemente lacerando si risveglia
la tua sera accanto, dolcemente
io ti domando.

OP I 3


A MOLTEPLICI SUONI

A molteplici suoni, mutate le penne
le vene d’aria, cosí chiara
avanza, da tempo, sul tempo della gioia
una chioma d’alberi varia. La cortina
è del sonno. Un atomo è il silenzio,
atona un’ignota rimembranza e, domani,
non più nuova – sensitivo! – guarda
nello splendente fulgore
la tua stessa aria. Un ghirigoro
cupo è il tuo corpo, il tuo grido
che passa, ignota (a gruppi uguali
verrà il suono) un’ala di un’isola
e, riesumando intorno, un cielo
già plumbeo. Intera
rianimata s’addentra un’ombra amata
e stanca nella stessa sfera
e ti rimanda al giorno opaco
del suo spesso regno.
Cadono a terra mutilate clemenze
al suo piede e sul fianco (la turbolenta
onda s’addensa) la spiaggia avara
solitaria a settembre, la distesa
violacea, un punto assiduo
ombroso del fluire cui si soffermino
chiari i tuoi passi
turbinosi come la febbre
e, perché non siano di noia
grigi gli inizi, i viali altocinti.
Ora so a memoria i suoni
nel cerchio che agevolmente sgorga.
Volenterose turbe s’alternano.
L’eco non sa parlare cosí triste!
fermamente si sdoppia e ti sorprende.
L’eco non sa parlare, cosí triste!
è giunta alla sua fine
e ti opprime gelida tanto. Dentro lo scheletro
nuda è la sua gola.
Hai gustato mentalmente
la velleità delle cose, dell’erba arida
mutevolmente rapidi i frammenti.

Sai quanta infanzia
era uno screzio. Ritorna allodola.
La vena non è piú nuda, non e piú sola,
non piú s’affolla allo stesso piede.
Chiusa nube odorosa sul tardi
era uno screzio. Ritorna allodola
incostantemente nel verde intrico dei rami
e dalla pioggia
si difende.
Cosi bruca, a volte,
tristemente filtrando fili di raggi
solitari il sole cui si soffermi già una cima.
S’affina in mutate vicende, in lievi
fievoli aliti freddi.
Mutevole
ha su immense acque ed ali
distesa l’immensità dei monti,
ferma, una linea.

OP I 5


SE GUARDO E MI VOLGO ATTORNO

Se guardo e mi volgo attorno
non era volontà di prendere
presagio. Subito mi piega,
linea timida, un tuo bacio.
Una novità era rendere
al plenilunio che nascondo
silenzio fatto rami, intricati
nel profondo, e, di ramo
in ramo, le foglie nelle mani,
una pallida guancia
o una palpebra già lieve
sulla punta delle dita
che timida scolori.
Imparo cosí
di fronte ad una fievole luce chino
il fievole declino del silenzio
della vita.

OP I 7


ESTESI MUTAMENTI

Estesi mutamenti nel tempo
avvengono. Scivolano dentro
una merea di larve, da una luce calma uguale,
nel sonno del sangue tuo nascosto.

Illimpido il pensiero
è ora frutto prossimo e colto.
Similmente alle oasi scomparivano
un desiderio avvilente
o uno proprio e celeste.
Ad una curva avviata
era l’ora del giorno. Sul campanile
serrata era stanca e curva una favola.

Caduta mortalmente,
solennemente accesa,
trepidi i ginocchi, l’anima prigioniera
ritrovava se stessa, distesa
lungo i fiumi, e il suo corpo.

Ripromettevano i giorni
un sopore ch’erompe la scorza.
Il ginepro è un’enigma felice poi.
Si smorza il calore degli alberi
e quello pallido ripetuto del cielo,
ch’ebbe a caso, nel colore intenso,
diverso più mite il suo corso.

OP I 17


PERPENDICOLARMENTE A VUOTO

Perpendicolarmente a vuoto
tracce erano, limiti, e da questa parte
il vento, in prati ove non si odono
cose di cui non mi ricordo;
e sai quanto noioso un ramo
era e mi guida e dall’aria
mi divide che non amo. Più non riconosco
una larvata presenza di essere,
un’usanza di crescere e non basta:
se mi soffermo un poco un soffio
era già troppo e il resto. Sinuoso
e sveglio un vano respiro d’albero
corrompe me pure in una dolcezza varia.
Una levigatezza che apparve nello spazio
soffre il vuoto, il disordine, il discendere
dell’età morente. Un alito ricrebbe nella guazza.

I sottintesi richiami un respiro d’aria,
una solitudine già odono.

Nella nebbia, per quanto so
ora, come in questa, è partita
la tua presenza dalla grazia
come la sofferenza dalla veglia
del suo volo.

OP I 31


SOGNI

Sogni. La speranza del tempo
che fugge innamora. Il tepore
è una promessa non nuova. Fuggi!
La chiara atona scorza di alberi
al supplice colora una cara curva
di ignote distanze, una chiara
corsa di curve nel sole. Ritorna!
Odi l’unica voce che non si frantuma
scritta a caratteri grandi
dentro un’antica dimora (a valle
è la notte, la morte già angelica
e bruna). Contratta, esatta
monotona e scura mentre ti scrivo ti sfiora.
Remota immota tramonta la luna!
Un tenue rivolo scivola, trema mesta
una luce alla gola. Non so che spiraglio
che fievole linea agevolmente rada,
te morta, una siepe, la sete delle chiome
d’aria già bruna che varia.

OP I 39


IO VEDO L’IMMAGINE

Io vedo l’immagine e l’intento
assiduo. Non so se dentro
era una sfera o il vento. Da queste parti
perde coi suoi blu occhi finti
ai piedi il monte un fiotto
che tu calpesti. Lacera
una voragine un messaggio era di sangue,
una pietra era di estinti. Lo stradale
era incline al margine. Era arduo
un ordine e, sebbene le pendici
appartenevano ad una chiostra uguale,
lo scoppio di una stella era maggiore.
Di seta finta la terra saliva
erma a una festa aerea di baci
in un lume di opaco desiderio
cinta. Dentro un alone
spirava il calore.

OP I 84


SE ANCORA RINASCESSE A VALLE

Se ancora rinascesse a valle
un nuovo flutto e sulle vele
un nuovo colore, un nuovo respiro
di essere, non so piú quale sia l’orbita
che risalga feconda e circondi
sul verde una fronda o palesi
entro una gioia la povertà compiaciuta
di essere negli anni una prova.

Su mutevoli abissi un raggio
una chioma era, te curva, calda mutata in una volta.
Un mantello è una foglia.
La bontà è sorella carnosa del monte.
Ma poteva pure non essere cosí.

E sebbene la voce non ha che un suono,
la nudità non era tua, non era
che il ritmo di un moto. Un mondo nudo
era partecipe di un modo. Anch’io
non ricordo. Sono un altro
e ridico di un satellite squallido
senza nome da la castità,
lievissima e, tacitando alacri
le tue risposte, di un’amalgama
soffice: le tue parole
un mesto fiato hanno d’alba
simile alla morte. Cosí, dolce,
ti consigliano un recuperato affanno
un piú o meno disperato ritorno
nel cielo glauco, la sola felice
novità di essere un altro o non essere
nell’ora grave del medesimo giorno,
la sola voce antichissima dell’essere
che nasconde la realtà del tuo sogno.

OP I 115


PAROLE

Parole odono una risposta
dall’alto. Qualcosa manca
ad una giusta via. Piega
da un viottolo freddo un pigro
filo verde sul labbro. Trepida
una foglia era. Un tetto sboccia
da una sagoma di un tenue
filo di paglia. Una figura era
gia di cristallo.
Mite so la lentezza: non concede
piú giovani i giorni, non corrode
piú come ieri nel fiato freddo
finto dell’alba i tramonti.

Non piú lieve è l’aria residua. Si spoglia
con gloria un’ala occidua e modesta
ai raggi del sole nella sete che resta.
Da rami azzurri udivi
ferma la distanza sulle gote,
come un dí rinasca una foglia.

Io so che non lieta piú vai,
e, perché sei affine al tuo sonno,
geme nella levigatezza
la bellezza che ha reso di sensi
piú acuti ed invisibili segni
odoroso il ritorno.
O è un ritardo scabro umido,
una pena antichissima di cose
immerse con furia dentro una linea.

Inclemente la neve sui passeri
sboccia dai freddi marmi alle mani.

Su assurde cime su sentieri ove vai
si assume con gioia di essere altrove
dalle marine nei tuoi stessi pensieri
sui rami.

OP I 119


SE UNA PIEGA…

Se una piega dinoccola nel folto
non tanto alta era la quiete
soave della sera. Una pigna ora cade che ti sfiora.
Dalla gota ad un volubile
suo segno trepida era
la vena glauca del tuo collo.
Non piú s’appanna un labile rivo:
l’ombra sua sognando cade blu
rapida dal cielo o s’addensa abbagliante
sopra un volto.
O sconosciuta tu sei
ferma in un ritmo, rotto l’indugio.

L’incauto incanto cede,
l’immagine rivive in ascolto,
e, purché simile a te l’ora sia, era cresciuta
con noi la tua gioia o si smaga
in un diletto vana del tutto.

Vane non vere cadevano cupe
a ridosso le foglie.
Ardevano immense
ali di baleni sulle tue labbra
le ultime verdi righe blu del trifoglio.

OP I 137


GELIDE PARVENZE

Gelide parvenze, la vita acre dei segni
conosco. Non è finito lo spazio.
Io mi corrompo. Non so l’aurora quale il ladro
del tempo rapido senza scampo. È murmure
il suo sonno a una risposta a sommo
di una tomba nascosta che ti trasporta,
e, di trasporto in trasporto, è il suono
dell’essere felice, gioia non tersa
calma nel suo fondo. E se nel suo velo
un corpo dietro un passo senza peso
vede, triste io ti domando. I cieli
sono sciupati, emersi dentro un raggio.
Nell’isola che li contiene
è una rondine felice.

OP I 159


I SEGNI, LE TURBE, LE FIUMANE

I segni, le turbe, le fiumane,
le ondate rapide i fianchi bianchi
e opimi deboli entro quel paese leggero
duttile, sottile come un antro
ricordano te sola di cui non ricordo
il nome. Non valeva piú
essere da te diverso perché da me
ti affranca il punto grigio
dello stesso centro.

La vitalità era dell’ora
squallida nel cielo in quel puro
opaco specchio bruno cinto
dello spazio, quando non si sa
in quali zone grigie mutata in aria
sia, in quali cavi curvi d’ombra esatta
batta mobile su una spalla
leggera la tua guancia.

Un vago argenteo riflesso
non è piú sul labbro
ed io non so che sia
e ritorno confuso nell’interno
da uno sbaglio; e, benché ti voglia dire,
terre ed acque tremano glauche e sole,
indugiano o premono al tuo corpo
un girasole e me travolgono al tuo fianco,
o è un lontano sorriso timido
confuso di parole.

OP I 178


COME IN DITTICI

Quando da l’albatro strano ad una lucida
scintilla dei crepuscoli eri un’idea
non piú vicina, non piú t’ascolto.
Una fuga di uccelli eri chiara nel folto,
d’alberi una china, un esiguo
fiorito stormo di occhi nel volto.
Fievole una gioia lentamente inclina
al fiore del limone e pigramente
a una favola.

So. Non altro eri tu chiamata
che una corolla negli orti del tempo
nel tempo del tuo riposo. La fuggevole
aria abbraccia sul labbro tuo mutevole
lo spazio che non ebbe mai un colore
o lo distingue da esso o è lontano
da te o è curioso.
Guardi
la serena essenza senza fine
o è rotta la voce cupa del tuo tempo,
a sommo rivolta, esatta,
ratta veloce nel senso del tuo sonno.

Tacita una salsedine si risveglia
o esala una marea. Declina
una notte mite fredda
lucida e la tramontana poi.
Se le monotone cose vuoi
la morte come una sera negli occhi
ti è sorella carnosa e vicina.
Altri tempi
non puoi implorare.
Come in dittici
antichi autentici disgiunge
la tua gioia il calore
dell’ultima brina
.

OP I 217


VANA A TUTTI

Vana a tutti nel modo di essere,
a riprova, riposa quieta
questa sopita inerte inintelligenza che era sul volto;
e, per essere nuova e non vera,
ora ode e indistintamente.
Lieve curva, porosa
passa una foglia
dall’unghia rosea umida sull’orlo.
Cava e inutile inavvertitamente
ritrovi, dentro un poro o un passero,
una pura costellazione. In alto naviga
rudimentale un’ ala o un polso.
Non è concesso nulla o una dolcezza,
una dopo l’altra, e non posso più muovermi.
Ora so. Guardo te stessa fraintesa
su l’altra faccia distesa de l’orizzonte
tremulo e discosto. O è passata
distrattamente una ruga,
una piega fievole mutevolmente
sola nel vortice del sonno
lungi da te, da me, nel senso
del tempo più mite,
nel corso più sereno e accosto.