Giuseppe Antonio Martino

GIUSEPPE ANTONIO MARTINO

 


Testo tratto dall’articolo apparso sul n. 93 di “Quaderni del sud-Quadreni Calabresi”, inserto n. 20, 2002.


Melicuccà è sempre stato l’unico posto in cui Lorenzo Calogero sia riuscito a trovare un po’ di tranquillità


È stato scritto che i suoi «rapporti con il paese non sono stati pacifici» e che la sua figura «non poteva non suscitare irrisione, incomprensione». Non vogliamo negare che la maggioranza dei concittadini del poeta non volesse e non potesse comprendere che un medico, tra l’altro da tutti considerato bravo, abbandonasse la professione per vivere perennemente avvolto in un pesante cappotto nero, con i pantaloni privi dei bottoni, ma è pur vero che i particolari della sua vita triste e martoriata, morbosamente offerti da tutta la stampa nazionale, hanno a volte distolto l’attenzione dall’itinerario che ha fatto di lui uno dei poeti più autentici del Novecento. La figura di Calogero è davvero senza ombra ed è quella di un uomo che, nella comunità umana, fa le cose bene anche nel periodo in cui fa il medico: ha un alto concetto del valore e della dignità della persona pure se trova gli altri tanto diversi da sé. Senza ribellarsi, ascolta amici dotti e contadini ignoranti che lo esortano a fare il medico, ma si sente sempre più incompreso e solo; per sua libera elezione sceglie di restare presso «il suo focolare spento». Nella solitudine l’esistenza si logora sempre più, il suo debole fisico si fiacca del tutto, ma egli non desiste: quanto più si rifugia nella solitudine, tanto più cerca nella poesia il significato della sua vita, che cosa è l’uomo, attraverso una produzione poetica sempre più raffinata, anche se tormentosa e complessa. Calogero non è l’unico intellettuale meridionale che non sia riuscito ad ottenere il giusto riconoscimento: gli fanno buona compagnia gli scrittori Fortunato Seminara, Francesco Perri, Mario La Cava, il poeta Franco Costabile e tanti altri. Pochi sono coloro che, come Leonida Repaci o Saverio Strati, inseriti in contesti culturali diversi da quello calabrese ed in grandi circuiti editoriali, hanno ottenuto, ancora in vita, la soddisfazione di vedere riconosciuti i propri meriti. Calogero, deluso, parla spesso della inanità della sua vita, non della vita degli altri, e quanto più l’orizzonte si incupisce intorno a lui, tanto più cerca di scrutare tra le ombre e solo un angelo tra di esse gli sembra riposare: la morte. Cerca di raggiungerla, a volte tentando il suicidio, ma poi, passata la tempesta del momento, si fa coraggio e riprende la vita e, sempre nella solitudine, cerca «i mezzi di una sempre più efficace espressività» che gli permettano di esprimere il suo tumulto interiore. Con una costanza adamantina, in una solitudine sempre più intensa e quanto più intensa incompresa, cerca la via di realizzarsi come poeta, secondo le sue inclinazioni, le sue intime esigenze: non accetta compromessi, ha piena coscienza delle sue doti ed è attraverso di esse che intende realizzarsi. Nell’introduzione a Parole del tempo egli esprime la sua ansia di realizzarsi soltanto tenendo «conto dello svolgersi e dell’accrescersi dell’attività mentale verso l’espressività … esiste un metodo ed un sistema espressivo … che, realizzandosi, rappresenta il modo attraverso cui si giunge ad una sia pur limitata verità». Tra i concittadini ai quali è consentito varcare il cancello della sua casa, ermeticamente chiuso, il Prof. Giuseppe Fantino, uno tra i primi critici che abbiano tentato di analizzare l’opera calogeriana, lui che ha sofferto con altrettanta violenza, lo esorta a credere nella possibilità di reinserirsi nella società per una vita irripetibile e che, quindi, va vissuta. Giuseppe Fantino, ancor prima della morte del poeta e dell’esplosione del “caso letterario”, nonostante la non poca diffidenza che circondava questo singolare poeta, apre la critica all’opera di Lorenzo Calogero con un breve saggio in cui definisce l’opera del Nostro «uno snodarsi continuo di immagini in un paesaggio senza respiro» e riteniamo che questa sia una delle migliori definizioni della poesia calogeriana. La verità su chi fosse Calogero nel suo ambiente la dà lo stesso Fantino, in un altro e più completo saggio sull’amico: «… alcuni, in pieno realismo, hanno fatto di lui un poeta maledetto. Invece quel che appariva a prima vista era la stoffa del buon figliolo, e che il maudit esistesse in lui non voglio negare, ma non era quella parte che tutti conoscevano».

 


La poesia

«Crede nella poesia come ad una necessità per lo spirito e la soffre quasi fisicamente … La sua opera, se raccolta in volume, potrebbe offrire il panorama di una vita veramente vissuta». Con queste lapidarie parole, l’editore Centauro presenta, in un’antologia collettiva di dieci poeti, pubblicata nel 1935, sedici poesie del giovane Lorenzo Calogero.

Quelle poesie, scritte molto probabilmente tra il 1932 e il 1933, sono contemporanee ai versi del volumetto Poco suono, pubblicato nel 1936 presso lo stesso editore. Allo stesso periodo appartengono le raccolte 25 poesie e Parole del tempo, pubblicate dal poeta, a pagamento, presso l’editore Maia di Siena, nel 1956. In queste prove giovanili Calogero si sente ancora: «… frumento/ che giace sepolto/ nella terra/ per crescere,/ per diventare un mare di spighe». Ha una fiducia incondizionata nella poesia e nelle sue personali possibilità di successo e quel Dio tante volte invocato dalla madre non lo ha ancora abbandonato: «La legge di Dio/ è penetrata nella mia profonda/ mia intima carne/ come acciaio rovente». Incontriamo immagini che presto lasceranno il posto alla tristezza più cupa, immagini dei luoghi ove il poeta consumò la sua esistenza: «Questi colli rugiadosi e sereni/ al lume della luna/ tremano, tremano i terreni/ boschivi incolti. Lassù sulle zolle/ bruciano i sarmenti./ L’aratura avviene/ sotto i ferventi/ raggi del sole». Oppure: «Campagna, boschi ombrosi/ ove s’infiltrano le serpi, / rimescolio di sole fra i bruni rami, / foglie cadute per terra/ saettate dai raggi del sole./ Radunio di voglie scarlatte sento io/ dove si nasconde la lepre/ e il baco bruca la foglia del gelso./ Paesaggio di fiaba!».In questi versi, nei quali è ancora presente «l’infinita brama di essere qualcosa», a volte, non manca lo sconforto e, man mano che gli anni passano, la delusione si accentua sempre di più e il volto della morte incomincia ad apparire con una certa insistenza: «Oltre la morte non si può andare./ Non si dorme, non si ama./Si riposa infinitamente./Una lama/ di coltello/ è la mia vita/ ripiegata su se stessa/ ne la infinita brama/ di essere/ qualcosa. / Quando andrò con passo misterioso/ verso la scura notte/ del sentimento/ invocherò la morte.» Talvolta è possibile scorgere la voce di un uomo deluso per non aver ricevuto un briciolo di quella soddisfazione che pure continuamente cerca: «Datemi quel tanto che mi spetta/ e me ne vada:/ ha le labbra arse secche:/ schiume di cavalli./ Sono vano per troppo aspettare./ Sento la mia pupilla affogare/ in un labile pianto/ Tendetemi la mano/ ed accoglietemi nel grembo vostro:/ mai desiderai la morte/ come in questo momento. Nei momenti di sconforto, che diventano sempre più frequenti, è possibile scorgere immagini che caratterizzeranno l’opera matura di Calogero: «Ingente fiumana di uomini siamo/ strappata alla nostra sorgente/ di vincitori e di vinti che per l’erta scoscesa di un monte/ ci affatichiamo per scorciatoie malcerte e non vinti. / Sempre/ tendiamo di giungere/ solo ad una riva serena/ dove non domina vento e bufera» e ancora: «Non so più quanto né come/ ho perduto e svanito il ricordo/ d’una vita presente che accordo/al mio lugubre pesante nome». L’influenza ermetica è evidente in queste prime prove di Calogero che vive ancora, anche se con sofferenza, nella realtà: è in continua attesa, tormentato, ma nella speranza che il sogno della sua vita si possa realizzare: «Sempre per qualche porto/ affiorando vado/ portando i miei lamenti,/ anche se il tempo e il sogno/ mi portano in confuso/ tante leggiadrie». Non si ha notizia di una produzione letteraria di Lorenzo Calogero nel periodo che va dal 1935 al 1946; è probabile, come ipotizza Caterina Verbaro, che il poeta, in quel periodo, abbia cercato la strada della ‘normalità’ e si sia impegnato nella professione, tanto da accentuare quelle patofobie che lo tormenteranno per il resto della sua vita, ma egli stesso, in una lettera a Vittorio Sereni, afferma che la professione di medico ha sempre rappresentato «una distrazione per la ineliminabile noia della vita» e ci è dato pensare che quel periodo sia stato fecondo non meno della fase giovanile e di quella della maturità e che, forse, la sua produzione non è stata tutta diligentemente conservata proprio perché il poeta ha visto fallire i molteplici tentativi di pubblicazione e perché è stata così vasta da rendere difficile un’accurata conservazione.

La poesia di Lorenzo Calogero diventa originale con le liriche contenute nel volume Ma questo …, scritte tra il 1946 e il 1950, nelle quali il periodare diventa tormentato, irreale ed annuncia i toni che acquisterà nel volume Come in dittici, pubblicato nel 1956 con una prefazione di Leonardo Sinisgalli (primo autorevole giudizio sul poeta di Melicuccà). Sinisgalli definisce quella di Calogero «opera di difficile lettura», confessa di aver fatto fatica ad assuefarsi «ad un congegno espressivo un po’ dissueto», ma riconosce che «un’opera così serrata non può essere il frutto di illuminazioni improvvise. » Il poeta si rifugia nel sogno, rifiuta i compromessi con il reale ed i suoi versi diventano l’essenza della sua stessa esistenza. I versi di Come in dittici, scritti tra il 1954 e il 1955, negli anni che precedono il suo definitivo ritiro a Melicuccà, «sono un continuo monologo»: in essi il poeta si rivolge sempre a se stesso, martellando «le parole di continue domande senza risposta». Il titolo di quest’opera può essere considerato una spiegazione a quel “tu” che, scandito a intervalli ritmici, pervade ogni verso; un “tu” ossessionante che riteniamo sia lo stesso poeta, l’altro assente, il simbolo dell’incompiutezza che Calogero sente dentro di sé e che non poteva essere meglio identificato se non dal dittico che esprime proprio la dualità. La raccolta si apre con un intimo dialogo tra il poeta e l’altro se stesso al quale, «né triste né lieto … a fior di labbro», narra i suoi tormenti e «dolcemente» domanda il senso della sua esistenza, della sua sofferenza. Né ricordi né sogni troviamo più in Calogero: «Ecco quanto di tanta speranza resta/ o fugge rapido e semplicemente,/ silentemente accade

Tutto ciò che resta delle speranze del poeta «se ne va veloce, «fugge rapido», si annulla nel breve attimo della vita di una viola o nel minuto irripetibile in cui la nube dondola sull’orizzonte. Nel «fugge rapido» c’è ancora un’ombra di rimpianto del poeta che vorrebbe fermare quella fuga e trattenere quell’attimo»; in quel «silentemente accade» c’è tutta la tragedia di Lorenzo Calogero che non riesce a trovare l’utilità della sua vita sacrificata, il senso del suo essere poeta: i suoi versi, rifiutati dagli editori, non riescono ad essere parola viva, messaggio d’amore, giustificazione della sua esistenza di eremita. Tutto avvenne senza intenzioni, senza volontà «di prendere presagio»: «Se guardo e mi volgo intorno/ non era volontà di prendere/ presagio … /Imparo così/ di fronte ad una fievole luce chino/ il fievole declino del silenzio/ della vita

Del periodo 1956-1958 sono le raccolte Sogno più non ricordo, pubblicata sul II vol. di Opere poetiche, e Avaro del tuo pensiero, la cui pubblicazione avrebbe dovuto avvenire sul III vol. della stessa collana “Poeti europei”. Nel 1962, con la pubblicazione del I vol. di Opere Poetiche, lo scoppio del “caso letterario” suscita un brulichio di interventi che, se non provenissero da personaggi al di sopra di ogni sospetto, potrebbero sembrare pubblicitari: «Fu dotato di un reale temperamento poetico ed è quindi da escludersi un abbaglio da parte di coloro che oggi vogliono rendergli l’onore che gli fu negato in vita» (Eugenio Montale); «Lorenzo Calogero, con la sua poesia, ci ha diminuiti tutti» (Giuseppe Ungaretti).«Calogero ne uscì come una creatura dall’ombra, una piovra che tendeva i suoi tentacoli nella sua stessa solitudine e nella sua stessa impotenza: monstrum insospettato nonostante le sue sporadiche apparizioni pubbliche, piuttosto che poeta definitivo». Così Mario Luzi parla del “Caso Calogero”.

Cosa contiene, di tanto interessante da scomodare Montale e Ungaretti, quel primo volume di Opere poetiche? Dalle mura di una clinica psichiatrica, “Villa Nuccia”, «un grafomane» a cui non si fa mancare carta e penna per tenerlo calmo, Lorenzo Calogero, lancia il suo ultimo messaggio al mondo. Centosessantonove liriche scritte su trantacinque quaderni, un intricato susseguirsi di versi che vorrebbe chiamare Canti della morte: forse sente dentro di sé la vicinanza della fine. Per due volte, in passato, aveva tentato il suicidio, ma poi passata la tempesta, aveva ritrovato il coraggio di lottare; ora la parola “morte”, incontrata migliaia di volte nelle sue poesie, incomincia ad assumere un significato diverso che diventerà chiarissimo nell’ultima poesia vergata dalla sua mano: “inno alla morte”. E’ ormai pienamente consapevole della sua posizione nel mondo: «Forse parlo da solo e con me solo/ con l’esistenza umana;/ o oggi riecheggia un assolo/ la tua triste realtà di esistere». Forse la consapevolezza del suo stato lo porta a cercare un altro interlocutore e lo trova in un’infermiera, Concettina: a lei il poeta dedica il maggior numero delle poesie di questa raccolta. Così la descrive: «Tu avevi la lievità delle tue ciglia/ sparse. Forse un nome, un murmure/ soleva additarti –Tu seduta sopra una sedia,/ sotto i grandi faggi, vespertina – e distrasse / dalla tua chiarità/ che si ritrasse.»

Nei quaderni di Villa Nuccia si definisce “poeta” e si ha l’impressione che quella semplice infermiera sia riuscita, con il suo sguardo, a fargli scoprire il significato della parole “amore” e trova la forza di pronunciare, per la prima volta, la parola “felicità”: « … La felicità di tempo in tempo si aduna/ ne la forma felice del tuo sonno …». È felice e chiama «la morte come si fa di una cosa amica che per tutta la vita ci ha accompagnato e fa parte di noi»: «… Forse io ora esulto/ ed imploro morte a piene mani». Quella felicità sembra svanire, però, appena lo sguardo di Concettina viene meno e in pochi versi traccia, con estrema lucidità, tutta la sua vicenda umana: «e sembra un sogno, ma non ho nessuno./ O anima, o madre dei poeti/ e al tuo benigno regno, io poveruomo,/ forse nessuno. E languisco nelle tenebre/ che mi ha lasciato il tuo smaltato/ smalto …»

Manca ormai poco all’epilogo della sua vita che concluderà inneggiando alla morte, liberatrice dalle pene del vivere, su un foglio di carta lasciato sulla scrivania: «Ma non m’interessa più della vita./ Oggi mi curo della morte./ Fra poco e alla svelta morrò,/ perché anche tu con me sul lago/ verrai domani. E la pelle è adunca/ o si screpola appare sbadiglia./ Con te tergiversare non vale una lunga pena./ Poco m’interessa ella -;/ ora vergine sbadiglia/ e il sangue è fluido o è la medesima cosa/ Tu come un giunco fresco/ hai messo alle nari