Antonio Piromalli

ANTONIO PIROMALLI



in La Letteratura calabrese, Cosenza, Pellegrini, 1968, vol. II, p.53-67.

(…)Calogero infrange il nucleo etico e formale della cultura classica intesa come armonia di ideali, come misura interiore, come eticità che sprofonda nel passato della Magna Grecia o si collega alla tradizionale concezione della famiglia. Pascolismo e carduccianesimo sono da lui sorpassati(…) Calogero coglie l’oscuro esistenziale in modo disperato; simbolismo, surrealismo, ermetismo sono le spoglie del dolore fatalizzato nell’irrazionale, nel subconscio, nei fulgori e nei frammenti della poesia.(…) si avvicina immediatamente al terrore dell’essere e alla frantumazione.(…) la sua espressione è lontana dalla logica e dalla narrativa, è iterativa – conforme allo stato psichico fatto di frammenti, alla scissione dell’io – (…). La realtà è morta per Calogero e da quella morte nasce la letteratura come solo elemento di relazione con la morte della vita presente(…)

(…)«dedizione disperata e mostruosa» alla poesia durante «vent’anni di vita oscura, senza amici, senza complici», intendeva bene alla premessa a Come in dittici (1956) l’idea dell’essere come terrore , catena di eventi fulminei, rotti, casuali, la tecnica poetica dell’arabesco, sostanza spirituale di quei versi colti, difficili, in fantastica crescita, scritti quasi in uno «stato di estasi»(…)Intanto il paesaggio calabrese della rupestre costa del Tirreno fronteggiata da scogli e vulcani nell’arco solenne tra Sicilia e Bagnara, immagine di cataclismi remoti e di apocalittiche rovine, inteso fuori del tempo e della storia, diventa per Calogero simbolo di una forza senza confini in cui l’uomo è pietrosa solitudine impotente contro le piogge uraganiche e l’incomposto franare delle rocce. Il poeta vi appare un antico, morto “duemila anni fa”, fra lui e il ”popolo di uomini leggeri”, i viventi, è un’immensa lontananza, le cose affiorano “da un oceano sommerso”, la ricerca è quella di una “realtà oceanica”(…).

(…) La dialettica interiore calogeriana si muove tra distruzione-disordine del reale e tentativi di ricomposizione. C’è una frattura iniziale che fa intuire lo scacco dell’essere e delle relazioni, la vanificazione delle forme dell’apparenza quale frammentazione dei fenomeni alla deriva e loro movimenti larvali. Tutto ciò avviene, nella poesia, attraverso la letteratura, il solo mezzo per avere conoscenza di sé, del disordine, per spiegare se stesso in immagini e figure, per contestare realtà, tempo e storia ma anche per esprimere presentimenti di risveglio, affermazioni di uno stato superiore o diverso dall’essere e del mondo, per inventare nuovi moduli letterari individuali – non raramente utopici, paradossali, ma da spiegare sempre dall’interno di questa condizione – alternativi allo scacco, alla emarginazione. (…)Tutto lo studio, di raccordo tra dialettica interiore e letteratura, tra letteratura e forza visionaria, cultura popolare adombrata nella descrizione di elementi del paese e del raccontare da parte delle ragazze, è ancora completamente da fare. Ma anche l’intero sistema formale del poeta è da studiare; fino ad ora si sono dette cose generiche collegate con lo scacco esistenziale di tanti altri poeti ma la specificità di Lorenzo Calogero è da studiare. Dal punto di vista formale sono da esaminare gli elementi del sistema: le ripetizioni corrispondenti allo sterminato disordine fenomenico, l’esame semantico delle parole che sostituiscono i contenuti al di là di ogni esplicitazione logico-sintattica, le orchestrazioni dei colori e dei suoni, il ritmo del significante come espressione della forma interiore della visione (il parlato, l’assolo, il confidenziale e i loro toni), i ritmi irradianti miranti a rendere l’inconscio, i diversi piani espressivi, la sintassi, la metrica, la musicalità come elementi che mirano a eludere il reale e ad attingere una unità, gli aggettivi che chiariscono gli stati psichici, i colori che sono relativi, di volta in volta, agli stati psichici. Si è anche parlato acriticamente dell’universalità di questo poeta ma non sono state studiate le idee, la poetica, le fonti culturali, l’ambiente di Melicuccà, il linguaggio, i livelli culturali, etc.; si è ripetuto, invece, qualche slogan più o meno banale: “reale temperamento poetico” (Montale), “autenticità e nobiltà del suo messaggio” (Caproni), “altezze degne di Novalis, di Nerval, di Rilke” (Vigorelli)(…)Dai primi versi di Ma questo… il mondo di Calogero appare di colore delicato e cilestre come un acquario, le forme si muovono snelle e trasparenti in “un’aria diafana”, in colori d’alba, ultraterrene presenze, quasi angeliche; veli emersi sui vulcani, nuvole che dormono, “fili nivei erosi” sono le immagini che testimoniano una fisicità pura e delicata a cui corrisponde una misteriosa e segreta presenza, una lievitazione impercettibile di sostanze che vivono in un silenzio in cui si coglie “l’erba prima della vita rara”, delle “cose prime”. In questo quadro fisico e psicologico di tremori e nascimenti i versi di Calogero diventano filigrane di pitture, tavole di elementari presenze naviganti in una mutevole composizione. (…) Infatti Calogero, nel profondo magma che è nella sua coscienza, coglie moti impercettibili e li segue con precisione capillare come se portasse a termine un esperimento, come se dipingesse con straordinaria cura; in tal senso l’arabesco è precisione tecnica, è lama che affonda nella materia per estrarne particelle infinitesimali in effervescente movimento, l’opera del poeta confina con quella dello sperimentatore. Egli si rivolge spesso a una donna della quale non si vede il volto o alcun contorno fisico bensì un colore, un impercettibile tono(…)

(…) Ci pare che sia ormai necessario studiare severamente Calogero, potando molta sua produzione di consumo tardo ermetica, esaminando la sua figura di intellettuale, le sue idee, i condizionamenti dell’ambiente calabrese, scegliendo – infine – una antologia delle sue liriche compiute (e compiutamente belle) tra le moltissime anche informi che ci rimangono, commentandone le situazioni, le immagini, la lingua: ciò è più utile delle proclamazioni di grandezza e di universalità e pone le basi per un giudizio storico e artistico sulla poesia. Allo stato attuale manca la possibilità di un esame sistematico dell’attività poetica di Calogero ma manca anche la possibilità di dare un giudizio, integralmente, su un determinato periodo dell’attività o di confrontare i diversi momenti. Un determinato periodo può essere studiato integralmente quando è corredato dalle varianti e, soprattutto, dalle meditazioni estetiche sincrone che Calogero esponeva nei quaderni non ancora editi e di qualcuno dei quali abbiamo avuto conoscenza. Il nostro discorso mira a fissare i prolegomeni, gli avviamenti allo studio filologico, storico, linguistico, estetico sia per leggere Calogero che per intendere il suo sistema. Tale impegno istituzionale filologico-storico-estetico è mancato perché Calogero è caduto in mano ai dilettanti, ai giornalisti del caso Calogero i quali hanno rappresentato nel poeta il folle, il profeta, lo sventurato ambientale ecc.(…)La mancanza di conoscenza integrale dei testi ha portato al romanzeggiamento intorno all’universalità di Calogero, alle forzature provinciali, all’identificazione fasulla tra vita e arte, a giudizi impressionistici (ma qualche studioso si è dedicato umilmente all’esame testuale e all’esplicazione). La conoscenza parziale non può attuare il rimando all’unità ideale dei testi (che esiste solamente nell’ipotesi fatta da un lettore pigro), alla circolazione dei temi, soprattutto nel caso di un poeta che varia, nel suo laboratorio, i temi particolari.