Caterina Verbaro

CATERINA VERBARO

 

 

Il caso Lorenzo Calogero

da Le sillabe arcane, Vallecchi editore, Firenze 1988, pp 11-14

E’ nel giugno del 1962 che la cultura italiana scopre di aver guadagnato un nuovo grande poeta, Lorenzo Calogero. Lo scopre inaspettatamente, tra l’orgoglio e il disagio, con uno stupore che crea immediatamente la formula di ‘caso letterario’. Risale infatti a questa data la prima pubblicazione importante di Calogero, il primo volume delle Opere poetiche edite dalla Lerici, nella prestigiosa collana dei “Poeti Europei”, accanto a nomi come Jozsef, Salinas, Machado, Blok, Saint-John Perse, Hikmet, Pound, Yeats. La risonanza della sua voce poetica, stavolta, è assicurata. La critica italiana, ma anche quella internazionale, ha trovato il suo nuovo mito. Perché ci si rende subito conto di essere davanti non soltanto ad una poesia viva, autentica, imprescindibile, ma, anche, ad un caso umano impensabile, da indagare, da  forzare, a costo di deformarne il senso. Così, fin dall’inizio della vicenda pubblica di Lorenzo Calogero, il suo vissuto e la sua critica diventano due aspetti indivisibili, due strade parallele pericolosamente vicine. Il pericolo consiste nel risolvere l’una nell’altra. E nel fare così, di questa vita “disperata e “solitaria” – gli aggettivi che più frequentemente ricorrono sulla stampa del periodo a proposito di Calogero – la sua unica e più eloquente poesia, o, all’opposto di ignorare quel particolare senso della vita che traspare dalle sue poesie (…)

(…) E’ così che il ‘caso umano’ di Lorenzo Calogero prende il sopravvento sulla realtà del testo. D’altra parte si tratta quasi sempre di recensioni occasionali su quotidiani o periodici, sedi in cui ciò che conta non è tanto l’analisi, quanto la notizia.


(…) si presenta la storia di un uomo che scelse la poesia in maniera totale e definitiva, non come ancella ed espressione e prodotto della vita reale, ma come luogo-altro, invenzione, tensione all’assoluto. Una poesia che, così intesa, “distrugge tutta la vita organizzata di un individuo”, che non concede scampi e meditazioni, che non convive col reale, che lo lacera(…)


(…) I lettori e i critici di allora avvertirono fortissimamente il fascino inconsueto di questa lacerazione. Ed era giusto che fosse così. Meno giusto e meno costruttivo fu, da parte di alcuni critici, assumere questo dato come unico, e leggere Calogero in base non alla poesia che egli ci ha lasciato, ma ai miseri eventi esteriori della sua vita (…) si limitarono a raccontare la solitudine e l’emarginazione di un uomo, divenuto all’improvviso un personaggio, una sorta di capro espiatorio delle colpe, delle omertà, delle incomprensioni, delle sordità degli ambienti letterari. Calogero fu subito caso letterario, caso umano, caso clinico, caso, insomma; emblema del sacrificio indifferenziato, morto che parla ai vivi con la sua morte e con la sua vita, lui che avrebbe voluto parlare ed esistere solo nella sua poesia(…)

(…) Troppo deciso fu, all’epoca, il coro di elogi e di esaltazione che si levò a proclamare che si trattava “non di un poeta interessante in più, ma di un poeta eccezionale”, come sostenne Ruggero Jacobbi; di “un poeta che senza dubbio rimarrà come una delle più alte espressioni della poesia italiana e forse mondiale degli ultimi cinquant’anni” F. Virdia, di “un poema orfico, che ha altezze degne di Novalis, Nerval, di Rilke; da noi non vedo esempi analoghi” G. Vigorelli. A favore di Calogero si levarono le voci tra le più autorevoli della letteratura italiana. Dice ad esempio Giorgio Caproni: “la sua poesia – un vero tesoro rimasto ancora sommerso – . E Montale sostiene: “fu dotato di un reale temperamento poetico”. E, ancora, Luzi: “Le poesie di Calogero sono un episodio notevolissimo della nostra storia”. E Ungaretti: “Lorenzo Calogero con la sua poesia ci ha diminuiti tutti.