Emilio Scarrino

Le prime poesie di Lorenzo Calogero


recensione di Emilio Sciarrino alla nuova edizione di: Lorenzo Calogero, Parole del tempo, Roma, Donzelli, 2010.


La pubblicazione di Parole del tempo [1932-1935] è un ulteriore passo nella riscoperta della poco nota poesia di Lorenzo Calogero. Si è solo all’inizio di un’ampia riscoperta, che pone anche una questione filologica: un’interpretazione definitiva si potrà stabilire solo dopo lo studio dei numerosi quaderni inediti. Le problematiche storiche o di ricerca di eventuali fonti occupano tra l’altro l’introduzione e la prefazione al testo.

Parole del tempo è infatti una raccolta segnata dalla lettura dei classici, percorsa da «vaghe rimembranze sepolte» (p. 197). Si colgono alcune visioni cortesi della «dama al castello» (p. 117-135), presenze angeliche, allegoriche talvolta suggerite dall’assenza dell’articolo definito — «solo amore può salvare la mia anima» (p. 35), «morte mi chiama» (p. 60) — oppure alcune immagini di un’Arcadia sepolta, riesumata nel «canto errante dei pastori» (p. 11, 50).

Sarebbe inutile ripercorrere in spazi così brevi tutte le possibili ed eventuali fonti di tale poesia. Il suo «soliloquio» con il tempo contemporaneo (p. 11) è prima di tutto un dialogo colto con i precedenti, una «voglia di sapienza» (p. 33) portata da un vago fascino per «l’antico» — non a caso questa parola è un leitmotiv.

La critica si è concentrata sulla figura del poeta, fragile, malato e morto in condizioni poco chiare. Il suo percorso è segnato dall’emarginazione culturale, esemplificata dalle foto che ritraggono il poeta calabrese a Milano, in vana ricerca di un editore. L’esclusione si ricollega all’alienazione intima.

Le poesie scritte negli anni ’30 sono il preludio ad un’attività sempre più intensa che porterà pochi frutti dal punto di vista istituzionale e che assume aspetti sempre più assoluti e smisurati (si parla di migliaia di versi). In questa distanza tra gli anni di scrittura e di pubblicazione a proprie spese (1956) si avverte una tensione tra un linguaggio ancora profondamente segnato dall’esperienza ermetica e lo sviluppo di una voce propria, il cui pieno sviluppo è percepibile all’altezza di Ma questo (1950-’54) e Come in dittici (1954-’56).

Secondo Mario Sechi, autore della prefazione, un progressivo distacco da alcuni moduli consunti si avvertirebbe anche nel corso di questa raccolta ma, se è vero che nell’ultima sezione che dà titolo alla raccolta Parole del tempo le poesie sono più dense e possenti, sono segnate da una forte continuità lirica. Torna inoltre regolarmente l’idea di una leggibilità del mondo, inizialmente presentata come una forma di fatalismo («Quanto di esso è vero / sta scritto perennemente in cielo» p. 36) evolvendosi in una più serrata comunicazione con le cose : «il rosmarino / lanciava messaggi» (p. 161).

La trascrizione dell’esperienza sensibile e contemplativa è dunque intrisa da una sensualità spirituale, un vitalismo mistico, una fede nella compartecipazione misteriosa all’essere: «siamo legati alla vita / da sottilissime vene» (p. 75). Nelle sottili evocazioni di fiori, erbe, paesaggi ed altri elementi naturali si coglie tale “panteismo” secondo una categoria interpretativa coniata da Amelia Rosselli, applicabile ad esempio a questi versi: «Che diranno questi alberi /che soli intercettano dentro un’umile / piega l’ultima sillaba del giorno / o sono essi forse appena un ultimo / estremo suo saluto ? ». La seconda caratteristica critica messa a fuoco dalla Rosselli è il ritorno di parole-segno, disposte in una “corolla di segni dilagante”, prelevate a svariati registri, dall’aulico al colloquiale, in modo sempre più visibile nelle poesie successive, dove ricorrono con più frequenza elementi astratti e matematici.

Questa poesia pur partendo dai luoghi atavici del paesaggio calabrese, si sposta verso orizzonti europei, dialogando con la tradizione poetica e il pensiero filosofico tedesco, con le scienze matematiche, in un’arcana e strana eleganza, sintetizzata da Sinisgalli tramite il concetto critico di “arabesco”, in cui si coglie sì l’esperienza matematica, ma anche l’alterità culturale. Pertanto è rischioso riportare Lorenzo Calogero ad una dimensione localistica o regionalista, quasi per porlo in una continuità rassicurante con un “genio del luogo”, che pure non incarna affatto, o inversamente distaccarlo dalla tradizione italiana per proiettarlo in uno spazio europeo ; la sua particolarità sarebbe forse il suo equilibrio inedito tra elementi culturali provenienti da orizzonti diversi e apparentemente inconciliabili, esperienza che la traduzione in francese conferma e mette in risalto.

L’elemento di sintesi e unificazione di questa raccolta è il tempo stesso, come si evince sin dal titolo. In apparenza si tratta di un tempo naturale, ciclico, quello delle stagioni. Il tempo storico non è mai direttamente presente, ma a questo alludono forse le visioni di una prossima fine del mondo (p. 83), ed alcune immagini («compagni / caduti, agghiacciati nel duolo»).

Al contempo viene meno la fiducia in una parola che sappia esprimere la pienezza di questa sensazione e con essa il carattere “cantabile” e prosastico delle prime liriche e si anticipa sull’evoluzione della lirica della maturità. In questo Calogero si ricollega al tradizionale motivo dell’ineffabilità: «cose per cui il dir vien meno / e la lingua non sa più parlare» (p. 137); retrocedendo allo stadio d’infans : «verbi indecifrabili e rari dei bambini / nell’ansia convulsa che hanno di parlare» (p. 145). Le due tematiche sono ricollegate: la parola è una costruzione storica, una stratificazione del tempo; e il tempo, definito e scandito dalla parola, è a sua volta una costruzione linguistica. Nella poesia che dà titolo alla raccolta, Parole del tempo, dice il poeta: «lascio che il tempo in me parli antico / e lasci un sapore salmastro / nelle mie parole, / con i suoi soavi detti» (p.175).