Eugenio Montale

EUGENIO MONTALE



Attesa per Calogero

in Corriere della Sera, 14 agosto 1962, poi pubblicato col titolo Un successo postumo, Mondadori, pp 321-325, Milano, 1976

Lentamente, filtrando attraverso la rumorosa pubblicità di altre manifestazioni a sfondo letterario, e venuto in luce un nuovo «caso»: il caso di Lorenzo Calogero, poeta calabrese morto lo scorso anno, appena cinquantenne, completamente sconosciuto in vita ed oggi non solo accolto nella collezione «poeti europei» dell’editore Lerici, ma salutato con commossa ammirazione da un gruppo di poeti e critici che si contendono l’onore di averlo scoperto. Il volume apparso, “Opere poetiche”, contiene circa quattrocento poesie e sarà seguito da un altro: almeno quindicimila sono i versi che il Calogero ha lasciato, in parte già pubblicati presso editori semiclandestini, in parte inediti. Non sappiamo ancora se il nuovo caso avrà quei caratteri epidemici che contraddistinguono i veri casi letterari o se sia piuttosto un tardivo atto di giustizia, un rimescolamento d’acque che poi torneranno a calmarsi: quel che sembra certo è che il medico calabrese Lorenzo Calogero, nato a Melicuccà (Reggio Calabria) nel 1910, morto in quello stesso paese, in circostanze poco chiare, dopo due tentativi di suicidio compiuti nel ‘43 e nel ‘56, fu dotato di un reale temperamento poetico ed è quindi da escludersi un abbaglio da parte di coloro che oggi vogliono rendergli l’onore che gli fu negato in vita. Il problema immediato sarà forse quello di comprendere i motivi che hanno ritardato l’attuale riconoscimento; e poi, ma più tardi, di definire entro quali limiti l’apporto del Calogero alla poesia italiana del nostro tempo debba ritenersi positivo. E diciamo subito che in questa breve notizia informativa il problema sarà lasciato aperto perché la poesia vera, e più che mai la difficile poesia di Calogero, deve attendere la sua verifica dall’invecchiamento.

Del Calogero sappiamo molto, se non tutto, per merito di Giuseppe Tedeschi, che ha scritto la prefazione del presente volume, e di Leonardo Sinisgalli, che ha conosciuto il poeta, l’ha incoraggiato ed è riuscito persino a fargli vincere un premio letterario, peraltro insufficiente a destare l’interesse dei critici. Tre sono i libri di versi dal Calogero pubblicati in vita: “Poco suono” (1936),” Ma questo…” (1955), “Come in dittici” (1956). Il volume pubblicato da Lerici contiene solo l’ultimo di questi libri e i sinora inediti “Quaderni di Villa Nuccia” che prendono il titolo dal sanatorio in cui il poeta fu ricoverato per più di un anno. Tutto il resto – e forse non potrà esser tutto – apparirà nel secondo tomo delle “Opere poetiche”.
Terzo dei sei figli di un possidente, Lorenzo Calogero apparteneva ad una di quelle famiglie meridionali che non saprebbero immaginare un uomo di qualità sprovveduto di una laurea; e infatti Lorenzo, dopo aver tentato la facoltà d’ingegneria, ebbe la sua brava laurea in medicina a Napoli, nel ‘37. Come medico il poeta non doveva valer molto se fu obbligato a spostarsi in varî piccoli paesi della Calabria e se nel ‘54 il paese di Campiglia d’Orcia (la più settentrionale delle sue sedi, che lo vide «condotto ad interim») si affrettò a congedarlo dopo due mesi di prova. I veri interessi di Lorenzo, i suoi veri amori furono due: la madre e la poesia. Tutti e due, però, insufficienti a far di lui un uomo adattabile alla vita. Quali caratteri clinici ebbe la sua psicosi non si sa con certezza. È troppo facile affermare che un altro, nelle sue stesse condizioni, avrebbe potuto essere un buon medico e un buon poeta. Tutto quel che si può dire è che a lui non fu possibile. Con la famiglia ebbe rapporti contrastati, le sue amicizie furono esclusivamente epistolari e intermittenti, non si conoscono donne nella sua vita, fatta eccezione per un fidanzamento sfumato e per una non corrisposta passione per un’infermiera. Visse in povertà, nutrendosi più che altro di sigarette, di sonniferi e di caffè, e solo due volte pare si sia arrischiato fino a Milano e a Torino. Si può affermare che gli ultimi trent’anni della sua vita furono occupati dal quasi ininterrotto fluire della sua vena poetica e dall’inutile ricerca di contatti letterari con editori e critici.
Un poeta maledetto, dunque, di quelli che vedono nella sventura il solo loro possibile esito? Forse, ma senza il fatto tipico del maledettismo letterario: l’inurbamento, la vita in città, l’appartenenza a un gruppo, a un clan, il lato vantaggioso d’ogni cattiva stella, il rovescio della medaglia. Ho scritto altra volta che solo gli artisti mancati hanno il conforto di uno smisurato orgoglio; ma Calogero non fu, in questo senso, un uomo mancato e non gli fu largito un ipertrofico sentimento di se stesso. Anche se il successo gli fosse venuto da parte di uomini mediocri, e non dai suoi attuali scopritori, egli l’avrebbe forse accolto con umiltà, come si può comprendere da frammenti di sue lettere, per lo più  sgrammaticate e deliranti.
Accostarsi alla sua poesia è un’ardua impresa perché in lui la parola è del tutto spogliata del suo contenuto semantico e ridotta a semplice segno. Questo poeta costituzionalmente incapace di vivere si era creato un habitat di parole poco o nulla significanti, non tanto espressioni quanto emanazioni del suo ribollente mondo interiore. Giustamente ha detto Sinisgalli che il suo punto d’arrivo è l’arabesco; ma che questa trama mai finita e sempre pronta a ricominciare sottintenda un sistema, come ci viene suggerito, resta un’ipotesi. Certo se scoprissimo la chiave di quell’intrico di rapporti ben altra evidenza assumerebbe una poesia in cui è, sicuramente, «un’idea dell’essere come tremore, terrore, catena di eventi fulminei, rotti, casuali» e sostanzialmente «più una fisiologia che una calligrafia». Nelle sue libere lasse (lontane da quell’alta marea verbale che fu di Whitman e di alcuni futuristi) Calogero scompone in emistichi il nostro verso tradizionale e lo ricompone in nuovi modi, con frequenti ipermetrie e non rare rime, piuttosto acciuffate a volo che necessarie. Non c’è sensualità in lui, e non conoscendo le sue prime prove non sappiamo quanto di deliberato ci sia in questa rinunzia. Il poeta ricorda davvicino certi musicisti moderatamente atonali che rasentano sempre il tono: la sua forma ha sempre qualcosa d’inconcluso, il senso del filo a piombo che ci fa dire, in poesia e in musica: «siamo alla fine», sembra essergli ignoto.
Un panorama di segni, s’è detto: le immagini naturali, pur frequenti, non hanno nulla di naturalistico e quando non sono ornamentali fanno parte di un groviglio di pensieri dissociati, spezzati. Non poeta pittore, dunque, per nulla impressionista, ancor meno espressionista se l’espressionismo nasce da una scelta violenta dei propri mezzi formali e da un deciso sentimento di rivolta; e lontano da quei giovani poeti nostri che si dicono schizofrenici perché oggi non si può essere altro, ma che presto occuperanno, e senza dubbio assai degnamente, cattedre universitarie, Calogero ha lavorato per molti anni in un incrocio di tendenze, rifiutandole tutte per non impoverirsi, interamente posseduto «dal demone dell’analogia, della similitudine». Una delle disgrazie di questo poeta nato forse alla poesia con qualche anno di ritardo è che i suoi versi non si prestano affatto alla citazione, e che, quando è possibile, l’estrapolazione non ci dà il meglio di lui e rivela, anzi, quante reminiscenze il flusso ininterrotto porta con sé. A una prima lettura Calogero si direbbe dunque un poeta da prendere o da lasciare, senza partiti intermedi: se lo si accetta, anche i giuochi di parole, la quasi puerile ricerca di suoni omofoni, le sue immagini da paravento giapponese, tutto il suo bric-à-brac segnico assume una giustificazione; se si crede invece che la grande poesia non possa fare a meno di una certa vittoria della ragione sulla materia oscura che si presenta a noi, allora la conclusione dovrà essere diversa. Ma è chiaro che qui si parla di grande poesia, e non è detto che il quasi demente di Villa Nuccia, con tutto il suo impegno umano, la sua indubbia preparazione letteraria, il suo delirante bisogno di trasformare in angelo una povera infermiera probabilmente sorpresa e atterrita, non possa costituire un grado intermedio tra la più alta poesia (quella di visionari come Hölderlin e l’ultimo Yeats) e una forma di espressione puramente velleitaria, informe.
Resta dunque inteso che una conclusione non può esser tratta da un frettoloso lettore d’oggi. E non è nemmeno necessario: la vera poesia, quando c’è, può sempre attendere il suo turno. Se qualcuno, poi, manifestasse la sua sorpresa per il fatto che oggi, in pieno boom editoriale, un poeta debba morire per farsi conoscere, bisognerà ricordargli che attualmente nella sola Italia escono più di mille libri di versi all’anno, metà dei quali hanno caratteri d’indubbia dignità; e che non è materialmente possibile l’esistenza di un mostro, di un critico che possa leggerli tutti senza giungere a una completa paralisi delle sue facoltà ricettive. A un certo grado di saturazione il palato e l’olfatto non soccorrono più. Il critico d’oggi è come uno di quei cuochi che vivono in mezzo a squisiti manicaretti, ma che ormai, se mangiano qualcosa, preferiscono mangiare pane e cipolla. Non so se questo stato di cose sia, per un poeta, una fortuna o una disgrazia. Indubbiamente resta al poeta, più che ad ogni altro artista, la speranza di uno scoppio ritardato. Ma si è già detto che per il Calogero il problema si presentava in forma ben diversa. Egli non scriveva la sua poesia, la viveva in un modo del tutto fisico e per lui l’attesa era qualcosa di inimmaginabile. Se avesse potuto distaccarsi almeno per un attimo dai suoi versi, sarebbe ancora vivo.