Gianni Scalia

GIANNI SCALIA



Interrogare la vita con la poesia: il poema di Lorenzo Calogero

Prolusione tenuta in occasione della presentazione della mostra fotopittorica di Nino Cannatà, “CITTA’ FANTASTICA -i paesaggi sognati nell’opera di Lorenzo Calogero” Bologna, Biblioteca “J. L. Borges”, febbraio 2004.

Per prima cosa direi che prima di me, e forse prima di tutti noi, dovrebbero parlare questi due incredibili giovani che sono Nino Cannatà e Arianna Lamanna.
Quando, dopo una telefonata, ho aperto la porta a questi due giovani io non avrei mai pensato di incontrare due persone appassionate al punto da non porre alcuna reticenza alle loro richieste. Sono loro che, quasi paradossalmente, stanno inventando Lorenzo Calogero, perché questo poeta non soltanto sconosciuto, ma addirittura rimosso dalla cultura letteraria in primo luogo, ma anche in generale, dalla cultura italiana, prende vita in modo stupefacente per la cura di due giovani che a questa poesia o meglio a questa persona sono legati non soltanto da ragioni etniche, locali, regionali (tutti termini diminuitivi, naturalmente, nel presente mondo mondializzato) ma per una disinteressata passione di poesia.
Detto questo, e fatta la dovuta reverenza a tale passione, ci sarebbero molte cose da dire su Calogero ma prima di tutto bisognerebbe collocare la sua figura nella dimenticanza della Letteratura italiana.
Solo un grande poeta come Leonardo Sinisgalli ha riconosciuto violentemente e amorosamente l’originalità di Calogero e, in qualche modo, ne è stato il suo “scopritore”.
Perché Lorenzo Calogero, scoperto da Sinisgalli, è rimasto poi occultato da quasi tutti i letterati italiani o forse si può dire da tutti i letterati italiani.
La cosa sorprendente, anche un po’ inquietante, è che Calogero ha avuto moltissime recensioni, anche per questi due volumi di opera incompleta [ndr. Opere poetiche, vol. I-II, Milano, Lerici editore,1962-1966].
L’opera integrale aspetterà non le solerti cure di questi due nostri amici, ma di un editore italiano.
L’opera di Calogero è stata recensita da grandi autori italiani, per esempio Montale, Ungaretti, Luzi, ma sono rimaste recensioni “giornalistiche”, non solo perché apparse nei giornali quotidiani, ma anche perché scritte con una certa distanza e indulgenza.
Sinisgalli aveva capito che non si doveva indulgenza a Lorenzo Calogero, si trattava di affrontarlo, subito, di colpo, con quella violenza amorosa che esigeva la sua persona e la sua poesia.


In un certo senso, per Lorenzo Calogero, la sua persona e la sua poesia si identificavano. Questo avviene, di solito, in due casi: o nel caso deleterio e poi caduco, di identificare la poesia con la vita, il vissuto o l’esistenza personale di chi fa poesia, (poesia è una parola greca “poíésis” cioè fare), fare poesia non significa trasmettere nella poesia il proprio vissuto, le proprie esperienze esistenziali, significa semmai trasfigurarle o portarle su un piano la cui riconoscibilità è data dal linguaggio, solo dal linguaggio, il linguaggio della poesia.
Questa indulgenza in fondo ipocrita, verso la vicenda umana di Lorenzo Calogero, le sue nevrosi, la sua malattia, ed essendo anche un medico, la sua autobiografia, la sua autobiologia (la parola non è mia ma del poeta Giovanni Giudici) non rende onore al linguaggio del poeta, allora nelle poche righe, che poche storie della letteratura italiana del ‘900, in questi ultimi anni sono dedicate a Lorenzo Calogero, i giudizi sono approssimativi e dubitosi, e alla fine non risarciscono la dimenticanza che si è avuta e anzi addirittura ne sottolineano il suo oblio.
E’ un atteggiamento questo che dovrebbe far pensare. In ogni caso noi non siamo qui per celebrare Lorenzo Calogero, che non ha bisogno di una celebrazione. Ha bisogno di un riconoscimento, il riconoscimento nel senso preciso della parola. Non riconoscimento come atto dovuto, come risarcimento di un oblio, ma come un’affrontare criticamente, interpretativamente la sua poesia, a cominciare dalla restituzione della sua opera non solo alla lettura dei lettori, ma restituirla in senso filologico materiale, cioè pubblicare interamente la sua opera.
Di Lorenzo Calogero esistono solo due volumi pubblicati nel ’61 e nel ’66. Il secondo volume era una specie di remedium del primo volume in cui non solo non c’era che una minima parte della sua produzione, ma mancavano anche i primi libri pubblicati dal poeta presso piccoli editori, libri che forse non hanno avuto una circolazione e una presenza in libreria, se non solo nelle librerie locali. Il dovere della cultura italiana e la responsabilità di un editore è quella di preparare, dopo il necessario studio, (a cui forse, per un supplemento d’amore, Nino e Arianna si dedicheranno), per pubblicare integralmente l’opera di Lorenzo Calogero e anche il suo notevolissimo, copiosissimo epistolario. 
Detto questo, come si fa a racchiudere in una formula un poeta? Si può tentare di avvicinarsi lentamente, ma il tempo ci manca. Indugiando, cercando di penetrare non nelle possibili intenzioni, ma nella decifrazione dell’esplicito e cioè nel senso poetico. Diceva la professoressa Ballerini: “le immagini parlano”, parlano da sé come immagini, ma anche la parola poetica parla.


Parla anche per immagini e questo è per esempio uno degli effetti della poesia di Lorenzo Calogero.
Si potrebbe allora dire che è un poeta immaginoso, che parla attraverso le immagini. Ma potremmo anche definirlo autore immaginifico, perché si rivela fecondo creatore di immagini.
Io suppongo che Lorenzo Calogero si sia formato non soltanto nella lettura dei testi di poeti italiani, né che abbia da spartire delle influenze con questi poeti; si può riconoscere in qualche modo, superficialmente, la coesistenza del suo tempo interiore con l’ermetismo italiano, il surrealismo francese, più indietro anche il simbolismo, ma c’è una originalità in Calogero che è difficile da cogliere.
Quando ci si trova di fronte a un poeta di alta qualità è difficile trovarne una formula per scoprirne il segreto. Di solito è più facile definire un poeta di minore eccellenza, di più evidente coesistenza con la cultura poetica del suo tempo, e difatti Lorenzo Calogero è perturbante proprio perché è difficile stabilirgli delle parentele e correlazioni nelle circostanze culturali. Allora si potrebbe dire che Lorenzo Calogero è un poeta nato da sé. Neppure questo! E’ una concezione romantica pensare che un poeta nasce da sé, senza che non ci sia nulla attorno a sé o che non abbia radici immerse in qualcosa che lo precede. Direi che l’originalità di Lorenzo Calogero è quella di riconoscersi poeta non attraverso il linguaggio poetico esistente ma attraverso una invenzione del linguaggio. Difatti la prima cosa che impressiona è un discorso continuato e continuo. Le migliaia di versi che ha scritto costituiscono una specie di problema di cui bisognerebbe trovarne le strutture, le finalità, i principi e la fine. Ma queste, non si trovano facilmente, non si trovano facilmente né il principio né la fine, anche perché gli ultimi versi che ha scritto, li ha scritti uno o due giorni prima di morire.
Allora l’originalità, il
novum per un lettore di prima lettura, è quella di trovarsi di fronte ad una poesia che è un poema continuato, cioè un ininterrotto discorso, non solo per la copia di versi, ma perché c’è qualcosa che li tiene insieme e ciò può essere una chiave di poetica, retorica di intenzionalità letteraria oppure una chiave autobiografica. A me sembra che non ci sia né l’una né l’altra, semplicemente; né chiave autobiografica né di consuetudine, esercizio professionale di poesia. Allora c’è una necessità in Lorenzo Calogero di essere poeta. Necessità di poesia non per identificare la poesia con la vita, ma identificare la poesia con la dedizione alla poesia.
I primi poeti italiani, quelli del ‘200 e ‘300, adoperavano due termini che si esprimevano come la volontà di dire: desiderio di dire, amore di dire.


Desiderio e amore hanno sempre un oggetto mancante. Lorenzo Calogero è un esempio del tutto peculiare di questa volontà di dire che naturalmente può essere fraintesa se consiste solo nell’esercizio poetico continuo, proliferante. Cosa che, apparentemente e superficialmente, c’è in lui, ma non c’è, nel senso più profondo, nel senso cioè che la volontà di dire non è che un continuo esercizio, non esercitazione scolastica di dire, delle volontà di dire, che non può fermarsi, arrestarsi in una formula, in una cifra, in una tendenza letteraria, ecc…
Per questo è difficile assegnare Lorenzo Calogero ad una corrente o tendenza della poesia lirica italiana e forse questa è una delle ragioni per cui è stato dimenticato, tenuto da parte non solo dall’ufficialità della cultura letteraria ma dalla vera e propria vita della poesia del ‘900 in Italia. E’ dunque difficile trovare una formula che lo definisca.
“La formula è il luogo” dice una frase di Rimbaud, ma che cos’è il luogo? A cosa si riferisce Rimbaud con l’espressione “luogo”? Il luogo dove la poesia si genera!
Rileggendo i libri di Lorenzo Calogero, una cosa che è proprio evidente è che questa volontà di dire è un discorso continuato, è un continuum non interrotto: le antitesi, i contrasti, le opposizioni, perfino gli stridori sono dovuti alla continuità del discorso. Sono pochi i poeti che riescono da un lato a distinguere vita e poesia, e altri invece la identificano talmente da diventare artifact di sé stesso. In Lorenzo Calogero il discorso è continuato, come se il desiderio della poesia, di qualcosa che manca, si configurasse come un poema; non poesia strettamente lirica. C’è naturalmente la vita di Lorenzo Calogero dentro, ma è la sua vita non dico trasfigurata, ma trascritta in un’altra vita, in quella seconda vita che è quella della poesia. La poesia, ci piaccia o no, sia dolorosa o gioiosa, non si identifica con la vita, pur essendo la vita. Ma è la “seconda vita”, una seconda vita che si deve conquistare con il sacrificio della prima, della vita quotidiana.
Questo sacrificio Lorenzo Calogero lo ha fatto, ed è la sua condizione di malattia in senso non solo fisico, ma anche metafisico, che lo ha portato ad una adesione totale, integrale, a questo esercizio spirituale (in quanto esercizio di poesia).
Fondamentalmente questa poesia è fatta per essere dimenticata dai più, cioè da coloro che non hanno la stessa religione della poesia. La poesia non si confonde con la religione, ma esiste una religione della poesia. Proust diceva: “l’ordine letterario è simile all’ordine monastico”. Bisogna essere dei monaci (monacos dal greco significa “solitario”), quindi isolati, appartati di fronte ad una società del consumismo, dell’edonismo come quella in cui viviamo.


Questo sacrificio della “prima vita” è per Lorenzo Calogero la Vita. Non c’è altro che riesca a distrarlo. Sì, c’è una figura femminile, due figure femminili ideali, c’è l’amore per la mamma, certamente questo rientra nel suo esercizio, ma la realtà poetica è una “realtà seconda”, la poesia è una vita seconda che non confligge con la vita vissuta, ma ne rappresenta una interrogazione perpetua. Si potrebbe forse dire che Lorenzo Calogero è un poeta che continua ad interrogare la vita con la poesia, qualcosa che è di pochi, ed è difficile interrogare la vita con la poesia. La vita non si fa interrogare dalla poesia. 
Vi leggo ora pochi versi tratti da “Inno alla morte”. Quello che io ho detto finora è un’immagine della morte perché se noi diciamo che la poesia interroga la vita, la poesia è una forma della morte, della morte scritta, parlata, cantata, una morte, diciamo, in versi che, se mi concedete questo terribile equivoco, per una morte in versi, una morte inversa.


INNO ALLA MORTE

Ma non m’interessa piú della vita.
Oggi mi curo della morte.
Fra poco e alla svelta morrò,
perché anche tu con me sul lago 
verrai domani. E la pelle è adunca
o si screpola oppure sbadiglia.
Con te tergiversare non vale una lunga pena.
Poco mi interessa ella;
ora vergine sbadiglia
e il sangue è fluido o è la medesima cosa.
Tu come un giunco fresco 
un narciso hai messo alle nari

OP I 405