Giuseppe Tedeschi

GIUSEPPE TEDESCHI



Prefazione a Lorenzo Calogero

in Opere poetiche I, Milano, Lerici, 1962, p.XXXII

«È un groviglio insensato. Si ha l’impressione che il poeta restituisca nelle sue parole una realtà straordinariamente effimera, una realtà che vive, muore e rinasce in un soffio. Riesce a dare il senso di un moto, di un murmure, di un’animazione, di un brivido, la vita labilissima raccolta in una traccia di parole. È un groviglio qualche volta insensato come un arbusto che geme al vento o il lampo incerto che riusciamo a ritrovare nel brulichio della memoria.(…) Non resta una storia, una figura, un oggetto, ma solo il fluire di una vena, l’incanto di una voce».



Quando finirà la «rimozione» del martoriato Lorenzo Calogero?

in La provincia di Catanzaro, Speciale Lorenzo Calogero, II, 4, luglio/agosto 1983, pp. 12-13

«Il dolore e la rabbia per la persistente «rimozione» attuata da tanti storici e critici e lettori di professione nei confronti del poeta Lorenzo Calogero mi imporrebbe una unica linea di condotta: quella dell’invettiva. Ma  servirebbe a qualcosa? Sicuramente no, tanto è coriacea, proterva e cinica la personalità di questi grandi manipolatori della nostra letteratura oltre che grandi equilibristi e gran ritualisti di antologie, enciclopedie, rassegne, almanacchi. Mi piace sottoporre, però, al loro arrancante storicismo utilitaristico e consumistico almeno una serie di quesiti di formulazione classicamente retorica, e con tutte le dosi di ironia e di disprezzo che sempre sono alla base di ogni formulazione retorica. Può dirsi storico quello storico che storicizza soltanto dati e nomi di parte vincente e pagante? Può dirsi antologista quell’antologista che sceglie autori e testi soltanto su indicazioni di clan e di legge? Può dirsi enciclopedista quell’enciclopedista che inserisce e esclude autori soltanto sulla base di una presunta commercializzazione editoriale di quel momento? Tutto ciò è successo e continua a succedere nei confronti di Lorenzo Calogero, poeta senza potere e senza violenza, senza clan e senza logge, senza commerci e senza editori, poeta senza ricatti.
Tentammo tra il 1962 e il 1965, Roberto Lerici e io, sobillati da quel grande scopritore di talenti che era Leonardo Sinisgalli, di far capire ai nostri aerofagi lettori di professione, e antologisti e enciclopedisti, la strepitosa importanza di questo poeta: ma dopo gli entusiasmi, gli osanna, gli urrà di questi pochi anni ognuno riprese il proprio piccolo cabotaggio dei gruppi, dei clan, delle logge. Possibile che in tutti questi anni mai nessuno, di costoro, abbia voluto più seguire il senso di quegli osanna e abbia voluto più rileggere qualcuno della valanga di versi che Roberto Lerici e io riunimmo in quei due splendidi volumi rilegati in tela rosso sangue e intitolati Lorenzo Calogero: Opere Poetiche?
Non spetta a me ripercorrere anche qui la sublime storia letteraria e umana di Lorenzo Calogero. Posso aggiungere, semmai, e a titolo di sperabile resipiscenza per i tanti cinici e frettolosi critici e storici e enciclopedisti di cui ho parlato prima, che tutte le volte che rileggo qualcuno dei versi di questo estasiante e straziante poeta rischio di lasciarmi travolgere dalla commozione. Né credo che ciò mi capiti soltanto perché ne riconnetto i flussi e le cadenze, la pena, la macerata melodia, alla sua figura assorta e sofferente, dolce, mitica che ho sempre viva nel ricordo. Sono certo che ciò capita perché la sua poesia, come tutta la grande poesia, rivela ogni volta un fascino nuovo e ininterrotto, misterioso, irraccontabile. Mi convince, a volte, rimanendone anche abbastanza frastornato e incredulo, di essere uno degli ultimi individui cui sia potuto capitare il raro privilegio di conoscere e frequentare il più sublime dei poeti italiani contemporanei. Se dilungo, poi, l’intreccio al ruolo e alla presenza avuti nella faccenda da quell’altro impareggiabile e ancora più sublime poeta che si chiamava Leonardo Sinisgalli, dovrei parlare di connessioni irripetibili, quasi miracolose.
Non riesco a aggiungere altro sul mio brevissimo e non più dimenticato rapporto umano con Calogero. So, con certezza, questo: che mi bastarono due o tre giorni (tra il 5 e il 7 novembre del 1960: giorni del suo arrivo e del suo ricovero ospedaliero a Roma) per vedere che quest’uomo malfermo e sofferente e già in sintonia con la morte (avvenuta tra il 23 e il 24 marzo 1961) emanava splendori poetici incontaminati e ininterrotti, ampiamente convalidati, poi, dalla lettura dei suoi versi, a incastri deflagranti, a illuminazioni pluridimensionali, a melodie strazianti e pacificanti allo stesso tempo. Eccone, del resto, di questi versi, qualche stralcio dei giudizi che dilagarono sulla stampa, italiana e internazionale, dopo la pubblicazione delle sue
Opere Poetiche.(…) Appare evidente, a questo punto, che ogni mia altra aggiunta è completamente inutile, anche perché credo che siano gli stessi intellettuali e politici calabresi a non aver capito la grandezza di questo loro conterraneo o che siano essi stessi a favorirne la «rimozione».