Leonardo Sinisgalli

LEONARDO SINISGALLI



da L’età della luna, Milano, Mondadori, 1962

Quale vergogna per voi
amici vittoriosi, splendenti,
quale scherno alla vostra boria
la sfortuna, la miseria
d’un uomo inetto, innocente!
Lorenzo Calogero da Melicuccà
è venuto a chiedervi pietà
in nome della poesia.

Come un cane infetto
ha raspato alle vostre porte
nessuno gli ha aperto.

Oh i meschini crucci
per il lauro che appassisce
intorno alle tempie secche!

Sono più vispe le sue pulci.
Contano più le sue parole
perdute, insensate, fragranti
dei fiori scelti con i guanti,
delle stelle irritanti.




Avvertimento di Leonardo Sinisgalli

in Lorenzo Calogero, Come in dittici, Maia, Siena, 1956

«Sono felice di aver trascorso molte ore su queste pagine di versi; la vita non mi concede tante soste, devo rimandare alla notte i rari incontri con i poeti.

Quest’opera è di lettura difficile; ho fatto fatica ad assuefarmi ad un congegno espressivo un po’ dissueto. La poesia ci dà oggi risultati anche troppo espliciti.
L’autore di questo libro ha pagato cara la sua follia: venti anni di vita oscura, senza amici, senza complici. E ci si rende conto, ammirando l’estensione del suo dominio, che da tanti anni egli non poteva distrarre neppure un momento.
Questa raccolta di circa cinquemila versi è stata preceduta da altri due libri ugualmente fitti: si tratta, quindi, di un lavoro assiduo e, certamente, di un’ispirazione ininterrotta.
Un fenomeno raro nella storia delle nostre lettere, una dedizione disperata e mostruosa. Si può capire tanto ardore avanzando delle ipotesi, fabbricando noi un retroscena o un sottosuolo per giustificare una carica di energia così insolita. Ma al poeta è bastata la sua natura, il suo sentirsi vivo soltanto per esprimersi. Ha allineato gli eventi in un flusso inesauribile di parole.
Un’opera così serrata non può essere il frutto di illuminazioni improvvise, non si giustifica come una scommessa o un miracolo. Il poeta ha rifiutato i soccorsi delle retoriche più fertili: l’incanto del numero, della simmetria, degli accenti, gli attriti degli oggetti, delle occasioni, della memoria. Si è fidato soltanto delle sue capacità espressive, di una vitalità insita nel linguaggio (la «vita acre dei segni»), per cui l’arabesco, che è senza dubbio l’acquisto più glorioso delle pagine più aperte, non è mai nomenclatura o contorno ma diventa esso stesso, più che strumento, sostanza spirituale.
Siamo, è chiaro, di fronte a una poesia colta che, però, scarta il lusso intellettuale, l’enciclopedia, la sublime futilità, si preclude la scoperta fortuita, la generica. Quando dico arabesco voglio sottintendere un’algebra, un’ottica, una fisiologia, più che una calligrafia. Pensate all’iter Cézanne – Matisse – Klee, al Klee di quella memorabile epigrafe: «Sono inafferrabile. Sono vicino al cuore della creazione più di quanto è possibile. E tuttavia non quanto vorrei».
Perché il poeta rischia in ogni pagina di sembrare insensato, astruso, assurdo, rischia di non dire niente. L’operazione temeraria che egli conduce ha proprio l’indeterminatezza di certe analisi portate sulle quantità sfuggenti, di certe indagini al limite della catastrofe.
M’era venuta la tentazione di presentare, a persuasione del lettore dubitoso, qualche stralcio, qualche lacerto, e anticipare l’opera del tempo e affrettarla al punto da isolare nella vigna i grappoli incorruttibili. Mi sono subito accorto che non riusciva facile resecare le cellule di un tessuto sempre in crescita. Avrei messo insieme un museo, un atlante, avrei raccolto dei fossili o dei cristalli e sacrificata la virtù più segreta dell’opera, la sua linfa, la sua vena. Senza questa tensione le parole non sono che cadaveri.
Dietro le immagini c’è sicuramente un sistema, una dottrina di cui sentiamo la suggestione. C’è un’idea dell’essere come tremore, terrore, catena di eventi fulminei, rotti, casuali; il poeta arriva a cogliere un soffio, una scintilla e a restituircene qualche similitudine. Questa partecipazione, questa mediazione viene raggiunta quasi a dispetto della sua coscienza: le sue parole distorte, i suoi nessi incredibili, i suoi lapsus sembrano trascrizione di uno stato di estasi. Egli descrive un sogno cosi minutamente, lo districa come fosse un materiale misurabile, la sostanza di un’altra vita, più resistente alla morte.
Trascrivo dagli ultimi due libri, da pagine diverse e da diverse stagioni, solo una serie di metamorfosi per indicare certe risoluzioni, alcune varianti di un’unica immagine, forse la più logora che la storia della poesia abbia raccolta, con la viva speranza che il lettore varchi fiducioso il confine.

la luna, il fiore del limone
e il lume, lieve un’incertezza…

*

Spesso sfavilla blu umida
scura una luna…

*

Una vana
quiete soccorre una vana luna.

*

Saprai domani come la luna
coi dentuti occhi ha scavato la pietra.

*

Su la sommità era smossa
la luna sommessamente semplice.




in Paese Sera, 1962

«…Se la critica abdica di fronte ad un libro cosi ricco vuol dire che ci sono poche speranze perché la poesia possa ancora sopravvivere… »