Roberto Roversi

ROBERTO ROVERSI



Intervento autografo in occasione della presentazione della mostra fotopittorica di Nino Cannatà, “CITTA’ FANTASTICA -i paesaggi sognati nell’opera di Lorenzo Calogero” Bologna, Biblioteca “J. L. Borges”, febbraio 2004.

Due volumi rilegati in tela rossa, ciascuno dentro a una custodia cartonata: Lorenzo Calogero, Opere poetiche, Milano, Roberto Lerici Editore, 1962 e 1966. (Collana Poeti Europei, n° 9 e n° 23). Volume primo di pagg. XLV-432, a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi; volume secondo di pagg. 316, a cura di Roberto Lerici e con la seguente premessa a pag. VII: “… Nel terzo ed ultimo volume, contenente “Avaro nel tuo pensiero”e “Parole del Tempo”, presenteremo quella vasta cronografia bio-bibliografico epistolare, che era stata annunciata per questo secondo volume, e che il ritrovamento recente di numerose lettere e scritti di grande interesse ci ha consigliato di rimandare appunto al terzo…”. Questo terzo doveva essere a cura di Amelia Rosselli (ma, credo, mai pubblicato). Il secondo volume ha due fotografie su doppia facciata: “Particolare della camera da letto a Melicuccà, casa di Lorenzo Calogero”; e “Melicuccà, Reggio Calabria, paese natale di Lorenzo Calogero”. Melicuccà, in quella fotografia, mi appare, così vista dall’alto, come un ampio villaggio cinese (quelli di un tempo), con i tetti di tegole e travi quasi incastrate fra loro (taluni anche, marginalmente, squinternati) e tali da coprire le strette strade sottostanti. Sembrano senza vita eppure si è spinti ad immaginare, sotto, un brulicare di passi.

Nel primo volume cinque fotografie a pagina intera fra cui: un ritratto invernale di Calogero non certo al paese [Milano, Piazza Duomo ndr.], e la metà di un muro di una stanza con uno scaffale basso e stretto pieno di libri e il piano di un tavolo con altri libri ancora. Anche una sedia. Devo dire che il ritratto di Calogero con cappotto e cravatta, cappello e occhiali (“occhiali tondi e antichi” come ricorda Tedeschi), con una borsa stretta nella mano destra e la sinistra immersa in una tasca come per riscaldarla, a me ha richiamato, adesso a riguardarla, una fotografia quasi analoga di Giorgio La Pira. La testa di Calogero un poco reclinata sulla destra, gli occhiali luccicanti; ai piedi molti piccioni.
Nei due volumi, le pagine complessive che raccolgono testi poetici sono 748; come, ad esempio, un grosso volume degli autorevoli “Meridiani” mondadoriani di oggi. La prefazione di Tedeschi nel primo volume occupa quaranta pagine; ed è un saggio ampio, denso, meditato e motivato. È vero dunque che già quarant’anni fa non era un ignoto. In seguito è stato ben presente, e non con poche poesie, in molte antologie della poesia italiana contemporanea, pubblicate anche di recente. Segno che non è un’ombra; ma neanche è tuttora, occorre riconoscerlo, un corpo vivo e presente intero. Cammina, ma il suo passo non fa crocchiare le foglie.
Questo gruppetto di rapide annotazioni e citazioni, mi fa dunque ripetere che non sembra del tutto esatto sostenere che Calogero sia un poeta scartato, liquidato, dimenticato; ma è vero che può sembrare come un oggetto di piccolo pregio che si conserva in cantina, spolverandolo periodicamente soltanto per non farlo arrugginire. Non una presenza testualmente attiva, costante, ma depositato, nello sterminato mausoleo della scrittura nostrana, nello scaffale tranquillizzante e affatto criticamente traumatico degli autori minori o minimi – la cui utilità prevalente può capitare essere quella per le tesi di laurea o le esercitazioni universitarie.
Nell’aprile del 1961 era uscito il grosso fascicolo de “L’Europa Letteraria” con le venti poesie di “Villa Nuccia” e con le due note di Leonardo Sinisgalli e Giuseppe Tedeschi. Quella di Sinisgalli (infaticabile e convinto promotore) è di quattordici righe ma ha il palpito di un’attenzione che direi quasi ansiosa, inquieta per i pubblici risultati che non si compongono, non riuscendo ad oltrepassare il muro di un’omertà di casta. Infatti, anni prima, nel ’57, dopo avergli fatto pubblicare due poesie su “La Fiera Letteraria”, aveva detto a Tedeschi: “Sai, è un poeta vero nel senso della parola. Ha avuto tanti guai, vive in un paese sperduto della Calabria, solo e abbandonato, nessuno lo conosce e io stesso l’ho scoperto per caso;  vedi che può succedere in questo paese, se non si è nel giro, non si esiste… Gli feci vincere il Premio Villa San Giovanni, pensando che altri scrittori lo scoprissero, gli ho pubblicato poesie su “Civiltà delle macchine”, gli ho fatto una prefazione ad un libro. Nessuno si è accorto di niente. È malato, fuori della vita organizzata… Mi scrive lettere lunghissime… fitte-fitte, mi cita cose complicate… È di famiglia nobile, proprietari terrieri… Ha fatto il medico a Siena. Qui fu colto da crisi di patofobia… Avrà 10-15 mila versi. Bisognerebbe fargliene pubblicare, non può rimanere abbandonato, gli si deve qualche soddisfazione, almeno per questa furia mostruosa che ha nel costruire versi e nel dedicarsi alla poesia, sua e degli altri”.
E Tedeschi scrive: “Ho passato un giorno intero con questo Calogero. Ore anormali, al cospetto di un uomo che distrugge tutta la vita organizzata di un individuo, tutta la sua carica di auto-conservazione e voglia di imposizione nella vita. Una figura pallida e disordinata, suggestionante e dispettosa, apparentemente senza storia, o espressiva solo di storia casuale, inconsapevole, a cui tutto capita per ineluttabilità… Ha una figura fisica minuta. È piccolo, magro. Lo si potrebbe situare morfologicamente, tra Leopardi e Tristan Corbière. Faccia semiglabra e lucida… occhi vividi o spenti allo stesso tempo”.
Per il particolare, le venti poesie raccolte sulla rivista, subito dopo le pagine di “Quaderno americano” di Italo Calvino, sono (esemplarmente) strazianti, straziate, miracolosamente intatte pur dentro al terremoto dei sentimenti, luminose, come veli bianchissimi fluttuanti sul fuoco dell’inferno prima di avvampare: Dalla cenere o un nome nuovo / in questa continua discesa / quando con cura una furia / nel cuore pesa (QVN XII).  Oppure: Ma passai una mattina, affacciato / per offrirmi intero / al disco della notte, unica cosa che imparai per impararmi…(QVN XIII).
Un libro di attenzione alta, quindi importante e acuto, finalmente, interruppe nel 1988 l’ancor gelido silenzio critico ufficiale su questo poeta disperato e tempestato, che ricercava come accecato dall’affanno, a tentoni, allungando le mani, il contatto con altri che fossero almeno disposti ad ascoltare con attenzione la voce e ancora la voce, la forza come una spada insanguinata della sua voce. È il libro di Caterina Verbaro, “Le sillabe arcane” (Vallecchi editore). Non conoscendo di  meglio, a questo vorrei rimandare riferendomi. Per dare la giusta, non più tempestiva ma almeno e finalmente, critica gratificazione ad un poeta che non deve restare più, restare oltre, sommerso dalle acque, come una statua abbattuta e dimenticata. Ma deve essere riportato alla luce, urlante grondante solitario. E vivo.

 

ROBERTO ROVERSI