Ruggero Jacobbi

RUGGERO JACOBBI



Secondo tempo di Calogero

in La provincia di Catanzaro, Speciale Lorenzo Calogero, II, 4, luglio/agosto 1983, p. 33

Secondo tempo della poesia di Calogero è quello che trasporta dalle prove giovanili ai rocciosi, disperati frammenti della sua ultima stagione, e che si può esemplificare nelle pagine di “Ma questo” e  di “Sogno più non ricordo”. Certamente, c’è anche “Come in dittici”;  ma quest’ultimo libro, essendo stato dagli editori abbinato ai fortunatissimi “Quaderni di Villa Nuccia”  ha avuto commenti e riferimenti, più o meno distesi, quasi sempre fondati su una  sorta di concordanza finale fra esperienze poetiche apparentemente diverse. Le due raccolte che abbiamo prima citato mancano ancora di un’integrazione (l’altra raccolta “Avaro nel tuo pensiero”) e sono state pubblicate insieme, coprendo il periodo dal 1950 al 1958, con un vuoto nel mezzo (1954-1955) che va dunque colmato con le pagine di “Come in dittici” e con quelle dell’inedito.

Ad ogni modo “Ma questo” e “Sogno più non ricordo” sono più che sufficienti a fornire i dati di quel «secondo tempo», e anzi lo spingono con gran forza fino alla vigilia del terzo e ultimo. Inoltre esse presentano in modo abbastanza spiccato gli elementi caratterizzanti in Calogero quello che si vuole «letterario» contro quello che diremmo più scopertamente «confusionale».
Non che manchi un filo di unità perpetua nell’opera del poeta, anzi essa si presenta con vertiginosi aspetti di continuità tematica e persino con ricorrenti ossessioni verbali, ma certo con queste due raccolte è più difficile operare quell’abbinamento che si diceva, e che un po’ è frutto della circostanza editoriale, un po’ della presenza in “Come in dittici” di talune pagine meno chiuse, più abbandonate.
Sicché anche gli editori rilevano un certo principio di «fiuto», una giustificazione per il disordine cronologico in cui presentarono l’opera sfortunatamente interrotta. Non si tratta dunque di operare partizioni nel lavoro fedelissimo del poeta, ma di mostrare per minimi esempi la stagione in cui esso voleva organizzarsi coscientemente in un canzoniere. Il che corrispondeva ad una tipica tradizione italiana e petrarchesca, di variazione dell’infinito, di approccio inesauribile a una verità.
La poesia di Calogero ha questa costanza profonda, questa rispondenza a una vicenda interiore, che viene continuamente mascherata dalla timidezza dell’uomo e come esorcizzata da una determinazione letteraria che aspira all’assoluto, sicché i dati psicologici e personali, appaiono come improvvise macchie di sangue su di un tessuto grigio, neutro, che aspirerebbe persino ad una impassibilità parnassiana.
Soltanto in “Quaderni di Villa Nuccia” questo tessuto liscio e uniforme, si rompe non sporadicamente ma totalmente e sempre. Sottolineare soltanto l’importanza dei Quaderni  significa però accreditare una leggenda di Calogero uomo emarginato e poeta maledetto, che solo in parte è vera e che nella maggior parte dei casi contribuisce a fare di lui unicamente un caso umano, addirittura patologico, e in un certo senso diminuisce la sua figura di poeta o almeno ne annulla la indiscutibile unità d’ispirazione e di linguaggio.
Già abbiamo sofferto abbastanza con le leggende di Campana e di Michelstaedter per dover metterne in circolazione un’altra, a rischio di accreditare un’ennesima volta i miti romantici e byroniani, che si credevano spenti con le ultime affermazioni dell’individualismo dannunziano e in genere della più smaccata coincidenza arte-vita. «Letteratura come vita» rimane uno dei miti essenziali della letteratura del Novecento, e certo fu per Calogero, come tutta la lezione dell’ermetismo, un punto di riferimento esemplare, ma non è possibile perpetuarla nei modi esatti in cui essa si presentò in un’epoca di segreto morale e di assenza del dibattito democratico sui temi della cultura.
Del resto, una rilettura non settaria dello stesso testo di Carlo Bo che portava quel titolo potrebbe riservare non poche sorprese a lettori d’oggi, oppressi dalle formule di uno storicismo troppo spesso semplicistico e schematizzante. Letteratura come vita non significa un’adesione minore e quotidiana del testo alla biografia, come appunto è uso nella linea che va dall’eroismo dannunziano all’esibizionismo pasoliniano, e che vorrebbe includere il vittimismo calogeriano; letteratura come vita significa anche soprattutto una totale risoluzione della biografia nel testo, il quale diventa una verità, la sola vera completa definitiva biografia dell’autore. Né potrebbe essere diversamente per una filosofia delle lettere che mira essenzialmente alle regioni dell’interiorità e privilegia il momento rilevatore della «parola». Ma anche in termini di un minore individualismo, d’una minore acquiescenza dinanzi alla metafisica, della persona – quali sono i termini istituiti da questo dopoguerra di engagement e di nuova razionalità – resta fondamentale il primato del «testo»; altrimenti non si comprenderebbe la fatica, ad esempio, degli strutturalisti (fra i quali si ritrovano in eguale misura, ex-ermetici e neo-marxisti) a delimitare il campo letterario come campo di una semantica sufficiente a se stessa, o di un sistema di segni capace di rimandare continuamente alla propria vitalità pura.
Serve questa ingrata divagazione a cogliere Calogero nella sua piena responsabilità di poeta lirico e di letterato, nella sua difficile e contraddittoria, ma ineliminabile, compattezza di ricerca linguistica, dove la presenza del dato biografico è certo una forza di base, ma non lo è né più né meno che in qualsiasi altro poeta autentico. Perciò si insiste, in questo approccio all’opera calogeriana, soprattutto sulla parte più volontaria ed elaborata del suo lavoro, quella contenuta nel secondo volume delle Opere poetiche così dimenticato da esegeti, appunto perché uscito dopo l’esplosione del «caso». Si sa che i «casi» durano poco: una volta sfruttata la notizia, una critica soltanto giornalistica – è chiaro che il giornalismo vive soprattutto di notizie – non aveva più nulla da dire e anzi rimaneva infastidita dinanzi a un volume di pura letteratura, (la spregevole letteratura) e senza pepe aneddotico, senza possibilità di scandalo. Ricondurre Calogero al suo destino di poeta, cioè di elaboratore di parte e facitore di testi, può anche promuovere il rischio di cimentarne la portata storica, di farne in qualche modo un epigono: non è ad ogni buon conto il solo modo di rispettarne il lavoro. Perché a questo lavoro egli ha sacrificato la propria vita, e non è giusto oggi fare proprio il contrario di ciò che egli ha voluto, cioè sacrificare alla sua vita il senso compiuto del suo lavoro.


**************


«Con la pubblicazione delle Opere Poetiche di Lorenzo Calogero la letteratura italiana del nostro secolo si accresce, non di un poeta interessante in più, ma di un poeta eccezionale che – ne sono sicuro – a distanza di qualche decennio sembrerà a tutti uno dei protagonisti più alti della vicenda espressiva che dura dal Carducci a noi…»