Saverio Strati

SAVERIO STRATI



Nella sua opera abissi e cieli sconfinati

in Calabria, aprile 2001, p. 49

II caso Calogero s’è aperto negli anni Sessanta e rimane tuttora aperto. Anzi io sono convinto che rimarrà aperto ancora per molti e molti lustri. L’opera di Calogero è sterminata ed è come un pozzo profondissimo da cui bisogna tirarla fuori strato dopo strato. È una poesia talvolta oscura, enigmatica, chiusa, che bisogna aprire con pazienza e lentezza, perché i bagliori di cui è impregnata vengano fuori.

Se uno legge gli altri poeti Calabresi, da Gerace a Casalinuovo, da Costabile ai più giovani, vi trova un’atmosfera, un clima, un mondo paesano eppure essi sono grandi poeti che esprimono compiutamente lo spirito della nostra gente e della nostra terra. Insomma vi si respira qualcosa di conosciuto, o si scopre che qualcosa di rimosso torna subito alla superficie alla prima lettura. Con Calogero questo non avviene. Fra Calogero e gli altri poeti (e non solo quelli calabresi) c’è un salto in avanti di secoli. In Calogero sembra non esserci gli umori della sua terra, sembra non esserci cose e persone, ma cieli sconfinati e abissi, mistero e amore mai appagato, e morte, grande desiderio di morte che sa di metafisica:

La morte
Oh sì
la morte m’innamora
e la vorrei condurre a quel sito
in cui ella come amata amante
mi ama ancora.

Calogero è uno di quei poeti così complessi e inafferrabili, specie nell’ultimo periodo della sua attività, che spesso scoraggia a proseguire nella lettura. Ma se il lettore si ostina a voler capire, ecco che ne resta affascinato e talora abbagliato dalla scoperta.

Vi s’imbatte in preziosi segreti dell’essere, in tesori gelosamente nascosti dentro i versi spesso contorti e alla prima lettura incomprensibili. Fatto positivo, qualità rara che è propria di quella poesia destinata a essere capita nel futuro».



«(…)Calogero era poeta di vasta e solida cultura, un “maledetto” raffinato, che conosceva l’uso sofisticato della parola come suono: atono, monocorde, ma intenso, un magma fluorescente ricco di «arabeschi» e di furori, di astrazioni, di immagini mentali ossessive: «Evaporò nella mano / quanto ella sapeva. / Era un mattino infermo / e non so più come il sonno verde amaro / che da una lacrima si versa / s’inumidì di sogno».

«(…)In un’intervista Andrea Zanzotto non ha esitato a parlare di Calogero come di una delle espressioni poetiche più significative di questo secolo, sottolineando le stratificazioni mentali dei processi che restituiscono alla parola, carica di una forza dirompente, il senso più sospensivo, allusivo.