Stefano Giovanardi

STEFANO GIOVANARDI



Lorenzo Calogero

in AA. VV., Poeti italiani del secondo Novecento 1945-1995, pp. 603-605, Milano, Mondadori, 1996.

Un violento analogismo, che si carica sovente di qualità visionarie, sembra spingere molto indietro l’esperienza poetica del calabrese Lorenzo Calogero, facendole addirittura scavalcare la maniera ermetica per proiettarla nei paraggi delle punte estreme del simbolismo (fra Mallarmé e Rilke, come ebbe a notare Giorgio Caproni). Ma più che un epigono, Calogero ci appare una di quelle individualità tendenzialmente “autistiche”, strenuamente impegnate nel perseguire la poesia come investimento totale di sé e della propria vita, a compenso e sublimazione di pesantissimi carichi nevrotici.
Come per Campana, o per Hölderlin, anche per lui la parola poetica brucia ogni distanza dall’intuizione originaria, sicché il processo di strutturazione del testo finisce per coincidere con lo spontaneo affioramento di materiali espressivi immediati, restituendo un’attendibile mappa dell’inconscio dell’autore e insieme escludendo ogni possibile modello culturalmente e consapevolmente accreditato. Anche il “frequente cedimento a facili sirene letterarie del linguaggio, nel quale volentieri s’intrufolano moduli e cadenze gia nell’orecchio” (e ancora  Caproni a parlare) va più che altro ricondotto a una sorta di memoria involontaria, a un’enfatizzazione dell’idea di poesia che a sua volta enfatizza i lacerti di tradizione a quell’idea connessi, e che introduce in modo spesso del tutto irrelato un reticolato di citazioni all’interno di una compagine testuale solo idonea a straniarle e stravolgerle.
Del resto, che la produzione poetica faccia per Calogero da sponda al manifestarsi di sindromi nevrotiche e psicotiche sempre più gravi è dimostrato dal lungo silenzio seguito all’esordio, piuttosto precoce e di scarso valore, con la plaquette
Poco suono (1936): un silenzio durato vent’anni e interrotto nel 1956 da una vera e propria esplosione creativa, concretizzatasi in ben tre raccolte -Ma questo, Parole del tempo, Come in dittici- che proponevano un universo lirico del tutto diverso da quello degli inizi, come se solo il progredire del disturbo psichico avesse infine autorizzato l’effettiva messa in opera di un linguaggio. In assenza di una qualsiasi datazione attendibile, è molto difficile stabilire se l’approdo a quel linguaggio sia frutto di un lungo itinerario nella scrittura o di un’illuminazione improvvisa: sta di fatto che la compagine stilistica e tematica delle tre raccolte risulta assai omogenea e coesa, nel suo perenne incardinarsi su una incontrollata proliferazione metaforica e nel suo costante ribadire lo iato vertiginoso fra una vita giocata a perdere sul filo di una marginalità sempre più vicina alla segregazione e lo slancio assoluto verso un altrove metafisico fatto di parvenze-essenze continuamente cangianti e delusivamente inafferrabili. «Non solo – scrive Caterina Verbaro – vi è negato il permanere, la traccia, la consistenza, ma anche la visibilità: solo “chi ebbe cigli chiusi e alla brezza / fu sveglio” può accedervi (…)


(…)Quale che sia il percorso precedente, è comunque indubbio che dal 1956 al 1961, anno della morte, la produttività del poeta è altissima. L’abbondante materiale inedito rinvenuto dopo la sua scomparsa, fortunosamente e approssimativamente suddiviso in raccolte dallo stesso Calogero (i titoli progettati erano Sogno più non ricordo e Avaro nel tuo pensiero), è ancora in attesa di una pubblicazione esaustiva e criticamente accertata, nonostante i due volumi di Opere poetiche apparsi postumi a cura di Giuseppe Tedeschi presso l’editore Lerici (rispettivamente nel 1961 e nel 1966). Di assoluto rilievo, ad esempio, sono i componimenti riuniti nel primo di tali due volumi sotto il titolo Quaderni di Villa Nuccia, stesi fra il 1959 e il 1960 e accolti in un brogliaccio manoscritto accanto ad appunti indecifrabili e a frammenti di scrittura privi di senso comune. Sono testi che risalgono al soggiorno in una casa di cura presso Catanzaro e che inopinatamente dimostrano l’apertura della poesia di Calogero alle misure e ai toni del canzoniere amoroso, come se nella fase estrema della vita, nell’intensificarsi delle angosce che lo avrebbero condotto di lì a poco a una morte che probabilmente è un suicidio, il poeta avesse voluto recuperare la nozione più piena del dire lirico, scandagliandone i confini quasi in cerca di una zona di sicurezza: e avesse in questo sperimentato fino in fondo l’ipoteca fatale dell’afasia, dell’abbattimento del senso, dell’inadeguatezza genetica del linguaggio, ricongiungendo nel segno della sconfitta definitiva quel circuito di poesia e vita che si era illuso di poter spezzare».