Lettera-saggio a Vittorio Sereni

LA PROSA DI LORENZO CALOGERO

Lettera-saggio a Vittorio Sereni, in La Provincia di Catanzaro, 1983, pag. 96

 

 

Soprattutto negli anni Cinquanta, Calogero era solito alternare, nei suoi quaderni di scolaro in cui scriveva di tutto con una penna non stilografica ma con una semplice asticella dotata di pennino, poesie e prose in una sorta di diario perpetuo. Si tratta di una prosa interessante. Amelia Rosselli, che ne è estimatrice, l’apprezza per la sua complessità. Complessità che ha la stessa radice della poesia, perché Calogero è sempre al di qua della poesia, al di qua della prosa: voglio dire che in lui segno e senso non coincidono. Un uguale complessità era in Lautréamont e Artaud; come Artaud e Lautréamont anche Calogero doveva essere convinto che sarebbe venuto il tempo della poesia fatta da tutti; come Artaud e Lautréamont, anche Calogero preferiva viverla la poesia prima di farla.
L’eventuale sua pubblicazione e pubblicità era sempre un di più per quest’uomo estremamente felice sino a quando glielo hanno consentito. In ogni modo prima di arrivare ad una stesura definitiva, egli impiegava diverse stesure e, anche in quella definitiva, si accaniva ad inseguire l’impossibile aver luogo del linguaggio. Con questi presupposti è inutile bussare alle porte di Einaudi, Mondadori, Rizzoli o Garzanti. Nessuno di loro – e per loro gli addetti – rischierà mai sul nome di Calogero. Se qualcosa verrà, bisogna attendere qualche Editore francese o inglese.
Solo a costoro ci si poteva rivolgere perché in questi Paesi non sono esistiti Petrarca, Bembo, Monti e D’annunzio, Soffici e Papini. Siamo in grado di fornire un saggio di una lettera di Calogero a uno degli addetti ai lavori per le «grandi» Editrici italiane, sicuramente Vittorio Sereni, persona, tra l’altro, umanissima. Si tratta di una lettera che è, in sostanza, il suo manifesto e la sua poetica. Noi ne riproduciamo solo una parte:

25-10-1960
Illustre Scrittore,
Le invio due mie raccolte di versi, che Ella forse giudicherà un po’ voluminose, ma la voluminosità o meno, come non dovrebbe costituire alcun motivo sufficiente od insufficiente per la pubblicabilità di un’opera, alla stessa maniera come esistono poesie brevissime e, talora, di un solo verso o abbastanza lunghe e tuttavia degne di particolare menzione, così mi auguro che non sia motivo sufficiente od insufficiente per stabilire della validità di un valore puramente umano (non dirò umanistico perché non sono stato mai un umanista vero e proprio, né saprei dare sufficiente valore a tale parola se non nel senso di ciò che si può intendere ed interpretare, facilmente, nel senso dell’umano). Circa quel tale senso di prolissità di cui si accorgerà nelle mie due raccolte, oltre al fatto che, per miei motivi, lo ritengo quasi ineliminabile, Le ricordo un giudizio di Leonardo Sinisgalli in cui, in un suo «Avvertimento al lettore» ad uno dei tre miei libri di poesia pubblicati da me fino ad ora, fra l’altro, dice chiaramente, che avendo avuto l’intenzione di stralciare alcuni miei versi, ha avuto la sensazione che ciò non poteva senza che facesse perdere significato e valore all’espressione che poteva conservarsi solo dentro il contesto del discorso poetico e non al di là di esso.
Estendendo tale, giudizio alle raccolte che Le invio, io direi che non si potrebbe privare la suggestività che potrebbe promanare dalla mia opera poetica, senza quella certa prolissità onde è intessata.
In una delle mie opere troverà la data entro cui fu scritta e anche il luogo: converrà conservarle od eliminarli? Mi atterrei a questo riguardo al suo giudizio e non tenterei in alcun modo di modificarlo. L’altra è stata scritta, almeno, due anni prima ed in condizioni più favorevoli per le esercitazioni stilistiche (non credo, tuttavia, che le esercitazioni stilistiche siano da intendersi nel significato più antico e tradizionale della parola). Più o meno ogni poesia, ogni esercitazione stilistica pura e semplice, ammesso anche che tale espressione possa intendersi nel senso più tradizionale e più puro, involge un contenuto di pensiero, rimarcabile, solo, dentro una specializzazione che assume il linguaggio, o almeno un determinato linguaggio, e che comprende in sé un contenuto completamente nuovo, o almeno con un certo grado di novità, rispetto al contenuto proprio che si attribuisce alla vita, globalmente intesa, ed alle sue manifestazioni, che abbiano, almeno nel senso etico ed in ciò che eticamente si lega ad esse, il loro principio, come anche in ciò che la vita, eticamente, ed a quanto in essa si lega, più o meno direttamente ad un certo principio etico, propone continuamente eticamente all’uomo.
Se, in certo senso mi fosse lecito esprimermi con un linguaggio che avesse del filosofico, direi che la poesia rappresenta un prodotto della qualità pensante dell’uomo che (nei casi, cioè, in cui, già, la soglia dell’espressività, entro la quale, più o meno, essa poesia si realizza, è, in certo qual modo, significativa) è autocosciente ed anche, in taluni casi, più autocosciente di quanto sia l’autocoscienza ammessa dai filosofi alla vera ed effettiva filosofia. In questa l’autocoscienza sarebbe raggiunta per via logica che non sempre è in immediata relazione all’immediatezza dell’espressività. Questa che costituirebbe l’elemento più semplice e più basilare di qualsiasi prodotto della mente umana che tenderebbe a costituirsi in valore poetico, dà attraverso la poesia che di volta in volta realizza un accorgimento rapido e comprensivo della vita, così immanente alla coscienza umana, per quel tanto di immanenza che di ogni prodotto della coscienza possiamo, più o meno, per via logica, giustificare, che almeno, rispetto alla vita ed ai possibili valori effettivamente afferrabili come valori di vita, la vera ed effettiva autocoscienza è, per quel tanto che essa può essere tale un requisito, piuttosto, della poesia che non della filosofia. Per potere avere un diverso concetto dell’autocoscienza da quello da me espresso si dovrebbe far coincidere la filosofia o poesia, come si voglia, prima, con la storia e questa ritenerla perenne e permanente.
Da un lato io sono proclive a far coincidere poesia o filosofia con la storia, e questa ritengo perenne e permanente, sì che ogni attimo di vita abbia almeno il suo granellino di verità; ed in secondo luogo so che la funzione poeticizzante o filosofizzante o storicizzante hanno inizio, per il cultore di lettere, ed in ogni caso per lo scrittore, a partire dal segno scritto, che come, non rappresenta e non rappresenterà mai, intera, la vita, è, tuttavia, un elemento straordinariamente del tutto incalcolabile per i valori che esprime, ed indefinibile, e anche un elemento quasi del tutto infinitesimale almeno, come si è detto, rispetto alla vita ed ai valori che essa rappresenta, a partire da tutti i mezzi umanamente utilizzabili. Solo chi considerasse, l’espressività come la sola forza dell’universo e vivesse in essa negandosi a tutte le altre forme della natura e della vita potrebbe avere un significato del tutto pieno e completo, dell’espressività già come forma di vita, rispetto, anche, a tutte le altre possibili forme. Ma questo implicherebbe che si vivesse in una regione del tutto assoluta, mentre si sa che la vita, e, meglio, tutte le forme di vita, accadono e si succedono nel relativo.
Tuttavia, perché sappia quale sia il concetto che attribuisco all’autocoscienza, determinata attraverso il linguaggio, ed alla specializzazione del linguaggio, che contiene già sottintesi tutti i messi logici, e che appartiene più a quel che si suole definire come poesia, piuttosto che come filosofia, Le dirò che, partendo dalla semplice espressività, quale forma di immediatezza che accade dentro il tessuto della vita e di questa conserva tutta la potenza di suggestione sia di contenuto proprio da attribuire alla vita e d’astrattezza assoluta del pensiero o, semplicemente, in via di diventare tale, entrambi non sono mai raggiungibili, né mai ugualmente raggiungibili, nemmeno dentro un determinato attimo, (la vita della coscienza rispetto alla vita come ai prodotti puri del pensiero si manifesta e presenta perennemente oscillante) per cui di autocoscienza vera e propria non è mai il caso di parlare.
Che la poesia, prendendo già come punto di riferimento la vita, rappresenti un più di autocoscienza, rispetto a quello che suol definirsi filosofia l’ho già detto su. Di ciò ne farebbe fede la maggiore specializzazione del linguaggio, più forte in poesia che in filosofia, specializzazione che contiene sottintesi e tacitamente presenti tutti i nessi logici, attraverso cui si realizza il discorso.
La maggiore immediatezza dell’espressività in nesso diretto col segno scritto, senza il quale non è possibile ridurre nella più giusta ed esatta proporzione, entro i limiti di un fenomeno culturale comunicabile, colla maggiore chiarezza possibile, alla più grande maggioranza di persone, sia un tratto accaduto nell’interno della coscienza o esteriormente a questa.
Va da se che gli oggetti della poesia più pura appartengono, dentro la più pura possibilità espressiva, ai fenomeni interni alla coscienza.
Scusi se mi permetto anche dirLe che ho trovato molto più poetici, oltre che più ricchi di pensiero, delle comuni poesie, almeno, alcuni brani delle più intense e ricche filosofie, il che indicherebbe, secondo me, anche, che ove la filosofia divenisse effettivo e continuo linguaggio poetico, garantirebbe oltre un modo straordinariamente suggestivo di comunicazione con il comune lettore, di essere il prodotto più alto della mente umana contenente il massimo senso della verità.

(…)

Forse è bene che Le dica specificatamente qualche cosa della mia vita privata. Fino a quasi cinque anni fa ho avuto la possibilità di esercitare la professione di medico con cui riuscivo a procacciarmi da vivere e ad avere un’occupazione che rappresentava, anche, una specie di distrazione per la ineliminabile noia della vita. Negli ultimi tre anni sono vissuto quasi completamente in ozio, e, forzatamente, senza essermi potuto dedicare nemmeno ad opere poetiche o solo raramente e senza quella concentrazione mentale da cui è possibile il determinarsi di un particolare oggetto, che mettesse in evidenza una qualche possibilità che ci si possa inserire nella vita o che la vita s’inserisca in noi. Sono stato messo, via via, in questi tre anni in contatto ad una realtà sui generis. Mi sarebbero, a dir vero, occorsi pochissimi giorni per intendere quello, che avevo intuito sin dal primo giorno, ma che ho vissuto specificatamente nel tempo suggestivo.
Resteranno ancora parecchie cose che io non conosco e forse non conoscerò mai? E pure quello che ho appreso è veramente tanto, per cui il titolo che avevo pensato per un mio libro di poesie e che, dentro i miei limiti e le mie capacità poetiche, avrebbe dovuto essere quello «Città fantastica» intendendo con tale titolo di designare la possibilità di una capacità espressiva che avesse quasi del fantastico, essendo intercomunicante in tutti i punti di essa, mi sembra in qualche modo di averla vissuta in altro modo in quest’ultimo periodo della mia vita. Pensando a quel titolo e pensando alla possibilità di una espressività intercomunicante, che del resto non era affatto nelle mie capacità, pensavo anche «quasi» ad una città del tutto notturna, dove ogni punto di essa fosse in relazione e comunicante con tutti gli altri. Non ho mai pensato di dare alcuna rappresentazione di tale città, convinto anche, come sono, che gli oggetti della poesia non appartengono mai al già pensato, sia pure i margini di certi pensieri, o semplicemente di certe intenzioni poetiche, ma che si definiscono di volta in volta durante il lavoro rivolto alla pura ricerca espressiva. Oggi se, pubblicando un tale libro con tale titolo, credessi di poter o di dover insinuare ad una realtà di tale genere, so che farei, quasi di fronte a me stesso, cosa di pessimo gusto perché il libro non parlerebbe, prima di tutto, di una città fantastica di tal genere, che si affidava solo alla possibilità, tacitamente sottintesa in me, che potesse esistere una capacità espressiva (capacità ed anche possibilità che non erano mie, ma che ove si realizzassero avrebbero potuto dare una poesia di primissimo ordine) intercomunicanti fra tutti gli elementi attraverso i quali si esprime qualche cosa.
Le ho detto tanto più che per parlarLe delle mie cose e specialmente di certe mie cose poetiche, per farLe intendere un po’ quale tipo di realtà ho vissuto in quest’ultimo periodo.
Intanto, per altro verso, Le dovrò dire che sono già anziano, che non ho più intenzione di esercitare la professione di medico e che mi trovo nella imprescindibile necessità se vorrò ancora continuare a vivere e da crearmi una certa indipendenza, che sarebbe nient’altro che indipendenza a poter morire più o meno liberamente, purché Iddio non ci mandi una morte molto dolorosa, che ci costringerebbe in  modo assoluto, o quasi, alla dipendenza altrui  di trovarmi qualche lavoro di cui sia capace.
Scusi queste mie confessioni, questa lunghissima lettera a scopo di parlarLe, più che altro, della mia vocazione poetica, e se può La prego di aiutarmi.
Con i miei ringraziamenti anticipati per quanto Le sarà possibile fare, La prego di gradire i più deferenti e distinti ossequi.

Dev.mo Lorenzo Calogero, Melicuccà  (RC)