Ma questo

da MA QUESTO… (1950-54)


SI CONFONDE QUESTO MERAVIGLIOSO PLENILUNIO

Si confonde questo meraviglioso plenilunio.

Lo spazio concavo era
una meravigliosa uccelliera,
dove a un nido, ad un bacio ignorato
fluivano meravigliosi i fiumi,

di cui vedevamo la meraviglia da lungi
nel nostro silenzio ch’era fame.

OP II 7



RIDEVANO ALME LE CONVALLI

Ridevano alme le convalli
nel plenilunio ch’era morte.

Astri diafani giungevano
alle pietose grotte
mentre sull’erba tenera
ch’era per me domani
pascevano i cavalli
e più non mi ricordo;
poi che una donna snella venne,
s’assise sul margine dei fiumi
e incominciò a raccontarmi.

La terra di care forme
navigava incerta
nell’alba che divenne.

OP II 8



VERGINI IN PURO SONNO

Vergini in puro sonno ali oscillano.
Questo è lo schermo della luna.
L’esile lume giuoca sul tuo collo
come un’onda danzante e riverbera i disegni,
i segreti delle stagioni sui vapori
delle stelle come un’esigua acqua
che lascia schiuma.

Ritorna il bivacco
su la dardeggiante cruna
e la marea come un’alta cima
asciuga lo scirocco
sopra una ventata calda
di cenere bionda e bruna.

Si accende il disco
della candida faccia a raggi
della bianca implorante luna
ai passi dello sperduto viandante
che ha smarrito la strada.

Ali vergini di puro fumo in sonno
su lande solitarie oscillano, puri fiocchi
aperti ai tuoi sogni divengono.

OP II 23



STRANE CHIOME

Strane chiome e sostanze.
Odo un suono di corolle
alitanti nell’aria, chiudo gli occhi
e una strana danza le insegue.
Caddero su di esse stimmate paurose
come da una lana fine e bigia
in segreto. Un burrone coi suoi archi,
colle sue lampade acceso, i suoi sogni
infiniti sfiniti dette nel tempo.
Possiedono boccole e viole socchiuse
dardi senza tempo,
venuti su queste infinite aiuole
misteriose, come l’ombre dei re
che pazienti giocarono nell’aria
col sogno che ti aveva tutto rappreso.

Strane mura e un’infinita presenza
dileguano.

OP II 28



ABITI, SVOLAZZANTI CAPPELLI

Abiti, svolazzanti cappelli
e guanti portano e l’alito
di una canzone che batte in fronte
e il mesto bagliore degli occhi
trattiene; e se i venti
sono senza confine, ecco,
sulle tegole rosse, appaiono
leggere le muse; e cime
e città fantastica stanno con gioia,
ora che olio versa
da una vana lucerna una vana fanciulla
e paesi persi del tempo
in una luce che li smorza gemono
in una vana rincorsa.

OP II 32



ROSSO SANGUE

Rosso sangue un veliero
e muta l’orme. Repentinamente
il tuo sangue diviene scarlatto
su l’orlo de l’abisso, dov’era il papavero
e il fiore del girasole dorme,
per riprenderti prima e continuamente
non sai come. Misura il colletto
che sta sotto e insanguina il tuo nome
il caldo dove un seme
germina e si duole. La giubba
del soldato era rivestita di cenere
sempre. Vellica il seno
dell’estate l’effluvio che si leva
dai fossi infestati di rane
e una stilla di moribonda luce
batte il piede. Calme oasi e la borragine
il quieto appello odono,
che viene.

OP II 36



SILENZI VERGINI E IL CANTO MUTATO

Silenzi vergini e il canto mutato
senz’orme e questo vano agglomerarsi
delle colline che ti colpí come un grido,
un volo di rondine; e il fiume
è cosí enorme come una voce
in cui è vano specchiarsi. Dentro una voragine
tacito il tagliaboschi dritto
guarda e pei campi irrompe.
E un passo aereo si fa sempre piú rado
passato a caso da un capo all’altro
in questo paese,
in un viottolo su e giú per le valli di confine.
Ecco ti porto un segno
intessuto sul tuo mantello
come fra tacite spire
tesse il ragno e il suo richiamo
è un fantasma dolce a seguire.

OP II 40



ZEFIRO AUTUNNALE

Zefiro autunnale. Schiudersi. Intirizzita
è la materia come il soffio che spira.
Sono miracoli ardui ceruli diradati
i merli sopra le colonne
e lucciole scivolano leggere
sul viso gentile delle donne.

Felice novita! Spicca il volo aereo
sereno senza confine il sonno dell’aldilà
e sono presaghe le nubi sopra le colombe.
Appassita flora dei segni dei giardini.
Duri lembi di ali
e le movenze intrecciate
come archi di vimini
sui davanzali involgono di ora in ora
e un corpo grave e biondo affiora.
Gioie senza voglie nella penombra affacciate
sul viso delle donne appaiono
nell’unico sorriso che il sonno della morte
pensosa talvolta addolora.

OP II 46



ASSIDUE, COME GEMME PURE

Assidue, come gemme pure,
lagrime dileguano. Aduna
il chiarore sul terreno di sterpi
stretto, folto come una boscaglia, la volpe
che uno screzio d’oro estenua e abbaglia
al filo tagliente della luna, ed occhi

ti hanno guardato in faccia
perché l’opera risplende. Divelta
a una fontana è un po’ di acqua fatua
vana e sono arsi gli spazi
esili dei colli, grigie le foglie
nell’aria che s’allontana. Timide,
sparse di sudore gelido le soglie,
l’arcuato vivere il sudato specchio
umido raccoglie, la morte in cui ti specchi.
Falsa la riga veloce il tornio
e quanto la volontà di vivere
di crescere tarda è a rispondere
vedi umida nei secchi.

OP II 48



E RACCONTI

E racconti, ma il viavai
va e viene. Sono corpi morti
qua a terra seduti. Si rompono
in dialetto una violetta, una lontana
statua viola perdute insieme
altrove. Ma sono rosso sangue le tempie.

OP II 54



E LA TRAMA

E la trama tesse gli sterili dí.
Ma tu irremovibile ombra
con pena, sulla curva seduta,
dove si sporge una luna falcata,
tu i distici, l’inamovibile catena
spegni e con calma. Oggi una palma
poggia ogni uomo in ombra
irresoluto. La spiga, la taciturna
lontana orma del gregge chiama
un saluto. E il poetico struzzo,
la quiete che s’allarga dall’aldilà
o com’edera scabra ai margini d’un sogno
(ma tu non chiedere oltre la sposa
ch’era stata sognata per te!)
raggi di fili arborei, di nidi
occidui perduti nel bosco divengono.

OP II 57



MA QUESTO

Gli estri, le cose esatte,
le monotone cose poi, ma questo
puoi estendere alle nuvole,
quando, rarefatto il tempo, il vuoto
è un rudere di passaggio.

OP II 78



GUARDA A LATO

Guarda a lato. Non più risuona
il plinto giallo. S’inacerba
il rumore non più giovane.
Non giova più sull’erba la memore
dipinta lapide di cristallo.

A partire da qui non più lenta
sonora scorre l’origine
ad alta voce o la cima
e si sfogliano i giacinti.

Tu giungi! L’ora veloce,
l’odore a stella, queste piccole
idee come un talismano
nelle isole e lo stretto necessario
cadono.
Marcisce un flauto
alla fine debole di un anno,
il riso del seno nell’ala vorace
al brusco secco tonfo del tempo
dell’aria abbassata.

Ieri come oggi sonnolente
anella erano e, nel viso sparso
secco confuso, la fine aerea
ferma di un’altra giornata.

OP II 96



D’ ALI NUVOLA

D’ali nuvola, capricciosa volta
d’anni lunga lugubre leggera;
ed era un bene. Passò
dal fiore d’ombra
il lume pallido
sul volo di una mosca.

Non so quale notte plumbea
la chiara voce ascolta
nei dì veloci e pieni.

Un angolo sul filare passeri
bisbigliò. Ancora una luce
rosea dondola nel vespero
un’aria solitaria densa sull’arancia
o non so che voglia.

Tinta di fitti veli nube odorosa
da una mano dimessa vaporò
gentile su una guancia.

OP II 106



SE BIANCO UDIVI

Se bianco udivi ora vedi. Non più!
Misteriosamente due a due
caddero come si volsero bruni volti
i soli. E virilmente
come giù e giù acqua limpida
nel fondo da se stessa si strappa
da te io mi nascondo. Lambiva
la tua vita incerta una veste
inutilmente, una cara gioia nel folto
nuda voce uno scoglio.

Verdi iridi vende in un soffio
una nube a primavera
su una tempesta subitamente
rapida partendo.

Erano i rigori chiusi del ruscello
un caro coro di segni schiusi
per sempre, un tenue casto canto
di pioppi sui poggi del fringuello.

OP II 113



SE PER POCO ODO

Se per poco odo e tolgo a la voce
non mi resta che un’immagine
per finire. Fu scaturigine
quieta la tua vita come acqua,
cosí partecipe esigua la spiegazione.
Il taciturno lento svolgersi delle stagioni
ti si addice. Non so in quale artefatto
rarefatto moto dei monti o pressoché simile
umile era fatto alle origini. Pure potevano
svilupparsi il silenzio, una migrazione
gelida, un puro spazio
in pure pause di ombre.
Uguale lievita e riecheggia la brezza
e risponde. Il mattino sul colle inclemente
era la causa dei sogni.

OP II 139