Prosa

PREMESSA A PAROLE DEL TEMPO

Casa Editrice Maia, Siena, 1956



Pubblicando questi versi scritti molti anni indietro si dà una semplice testimonianza di quanto altri poeti di gran lunga maggiori hanno dato circa il componimento poetico, e cioè, che qualunque oggetto venga espresso mediante la parola ha un valore limitato di fronte alla vita globalmente intesa o ne avrebbe solo uno esclusivo nell’ambito della parola medesima, ove l’esclusività di essa dovesse essere considerata in senso molto ridotto, perché è certo (non credo che allo stato delle più attuali concezioni di vita globale e di espressione in particolare, si potrebbero muovere facili obbiezioni) che la parola nel senso più assoluto che si possa  immaginare, pensata nel senso più originario e nella sua primordialità è già parte integrante della vita; e pertanto ogni prodotto che si attui tramite la parola e che non sia da tanto da essere effettiva originarietà e primordialità del mezzo espressivo, è da considerarsi valore molto limitato in se stesso e, pertanto, di fronte alla vita.

Tale concezione della poesia che prenda come punto di partenza la testimonianza data da ben altri e maggiori autori, non rappresenterebbe forse motivo sufficiente di ritener lecita la pubblicazione di poesie giovanili, quando non si è più giovani, se una considerazione per me troppo viva e ricca di significati non mi aiutasse a comprendere, nell’ambito della parola, «il valore da attribuire alla parola «testimonianza».

Perché dentro il senso della conoscenza è pur vero che qualunque oggetto o motivazione di esso perderebbero subito valore, appena essi affiorino alla coscienza, ove la motivazione e l’oggetto stesso, non contenendo altre motivazioni, ed altri oggetti, che rimandando continuamente all’infinito, non rimanesse almeno una vaga traccia di un continuo rimando, oltre il desiderio filologico di inoltrarsi nei significati reconditi di una semplice parola. Ma se tanto è materia filosofica puramente dottrinale, altro motivo già espresso sarebbe quello della poesia considerata in funzione della parola o del mezzo espressivo. Il valore di testimonianza suaccennato sarebbe un pretesto per iniziare un discorso o una semplice coincidenza.

Ma ritornando ai compiti di una premessa dalla quale, penso, si debbano intuire, sia pure, gli elementi più semplici del corpo di una dottrina, limitandomi a quanto mi sembra puramente necessario, comincerò col dire che il complesso delle poesie che formano la raccolta tenta di realizzare un mondo scomparso almeno dal mio tempo, quello che più peculiarmente, dal lato letterario, mi era proprio negli anni giovanili e che il ricordarlo non pregiudica ai valori nuovi, del tutto personali, vivificandoli di qualche cosa che non è più, e che sarebbe da ricercare in elementi dottrinali, che per essere chiari condurrebbero ad un molto lungo discorso, di cui non conviene, quasi, parlare, perché esulerebbe dal compito di una comune e semplice premessa.

Dirò tuttavia, che non so pensare ad alcuna cosa che tenda a realizzare un valore almeno complesso, se non completo, della vita, se non sia rischiarato dalla luce del passato. Non tutto il passato ha diritto d’essere ricordato dentro i valori più nuovi ed attuali, ma il meglio della condizione più vicina alla nostra persona od all’umanità collettiva in genere, se non s’ingrana ai valori più significativi o, abbastanza significativi del passato, rimarrebbe certamente sterile ed improduttiva. Si potrebbe pensare ad una certa nota di superbia se il presente discorso, iniziato con elementi vaghi e quasi storici, colla distinzione di motivi individuali e collettivi, non specificasse di aver di mira la poesia per se stessa come categoria unica, dentro i limiti in cui ha significato la parola, ed universale se possibile (universalità questa che in alcun modo si vorrebbe imporre a nessuno ed a nessun prezzo).
Il volerla fare accettare potrebbe significare solo parlarne per giungere ad una concezione di così suggestiva grandiosità, iniziando, sia pure, il discorso da elementi così particolari da essere niente altro che individuali. Esclusa la pretesa della dottrinalità, come dianzi detto, anche se tante volte riemerge durante il discorso, e ritornando ai compiti  più modesti, e di questi ultimi che si tenterà di dire qualche cosa. Non dirò che la poesia che qui presento, rappresenti la migliore tradizione del mio passato (avrei, anzi, molti motivi per dubitarne). Ma ognuno sa, certamente, che ogni premessa a qualsiasi oggetto, se non lo supera, tenta almeno di eluderlo.

Per altro verso potrò dire, anche senza tener conto dello svolgersi e dell’accrescersi dell’attività mentale verso l’espressività che so che esiste un metodo ed un sistema espressivo non conosciuto affatto prima che le cose si esprimano e che, realizzandosi, rappresenta il modo attraverso cui si giunge ad una, sia pur, limitata verità. E solo in funzione di questa particolarissima e singola verità, racchiusa forse in null’altro che in pochissime parole che fanno parte del corpo di pochissime poesie, che è stato conservato tutto il gruppo di poesie che si pubblicano.

So che il maggior numero di componimenti poetici, che fanno parte della presente raccolta, da soli non conveniva pubblicare e servono solo come elementi precedenti o susseguenti di quelle pochissime parole veramente, significative delle più significative poesie. Attribuisco a tutto il gruppo, infatti, una organicità veramente effettiva. Non insisterò sulle peculiarità espressive che ancor oggi mi sembrano degne di maggior rilievo e legate alla possibile verità, (se si trattasse in esse di cose veramente grandi, si potrebbe parlare di un legame per ordine di fatalità, ammesso che si potesse dimostrare questo come possibilmente esistente), come anche sul fatto che la verità sembrandomi del tutto inconoscibile nella sua globalità e complessità, essa, per quel tanto di minore o maggiore approssimazione che appartiene a!la coscienza, è da ricercarsi nell’ordine del metodo e del sistema da cui ebbe ed ha origine la sua possibilita’ di espressione.

E’ del tutto inutile che mi dilunghi in un discorso di come io intenda la manifestazione espressiva in rapporto alla verità. Essa può essere semplice numero (matematiche), formule di indagine scientifica propriamente detta  (scienze fisiche) o come nel caso del presente libretto semplicemente immagini. Dirò piuttosto che le poesie che compongono la presente raccolta risalgono principalmente agli anni 1932-1933 (qualcuna è del 1931), essendo stata questa premessa iscritta per la sola prima parte del testo del libro, e che oggi più o meno riferisco all’intero volume. Dovrei dire che due poesie, inserite nella terza parte, furono scritte nel 1938, avendomi il poeta Luigi Fiorentino, cui son grato, consigliato di riunire in un unico volume tutte le tre parti,  perché tutte e tre, nonostante la differenza di tono da una all’altra, costituiscono quanto di meglio avevo badato di raccogliere di una stagione poetica che potevo ritenere unica, non fosse altro che per il relativamente breve periodo di tempo, entro cui si era svolta e quasi risolta.

Queste liriche che furono scritte di getto negli anni già menzionati (parte del materiale poetico di quegli anni andò disperso), subirono, poi, annotazioni in margine (ci si riferisce alla prima parte) attraverso cui mi proponevo di rielaborarle. Nel ricopiarle, ho utilizzato molte delle annotazioni fatte successivamente agli anni 1932-1933.
Sono tuttavia convinto che dalla utilizzazione delle annotazioni sono venute le parti più deteriori delle composizioni poetiche. Le migliori poesie, quelle in funzione di cui esiste tale parte, non hanno subito annotazioni antiche o hanno avuto solo pochissime correzioni recenti.

Il libro avrebbe dovuto intitolarsi « Tentativi di poesia »  se avesse dovuto limitarsi alla pubblicazione della sola prima parte; perché, in ordine di tempo, avrebbe compreso componimenti che furono quasi i primi dopo una lunga pausa dalla poesia, tuttavia se non gli unici, cui ho attribuito qualche valore letterario anche per quelli di più scarso rilievo; e poi principalmente per la mia convinzione che, essendo la poesia sempre funzione di qualche altra cosa che la precede (particella di verità almeno), qualunque sia il genere espressivo attraverso cui si attua: numero, ricerca scientifica od altro, l’approfondimento dell’espressività riporta, in termini concreti, a ben altro di ciò che potrebbe chiamarsi « Poesia » nel suo senso più comune e cioè sempre ad un semplice tentativo.

Per quanto possa sembrare quasi assurda tale motivazione, coincidendo il termine di poesia con quello molto più vasto e generico di conoscenza in generale sotto qualsiasi aspetto e forma, mi conveniva conservare, motivandola, tale quasi assurdità per ciò che avevo scritto con una certa maturità. Poiché accanto al primo gruppo ho ritenuto opportuni, secondo il consiglio del Fiorentino, la pubblicazione di altri gruppi per uno dei quali mi era venuto spontaneo il titolo Parole del Tempo, è questo che figura sul frontespizio. Per il primo gruppo ho preferito un titolo che tenesse conto del numero dei componimenti poetici, i quali essendo 25, viene chiamato 25 poesie. Il titolo del secondo gruppo è motivato da quello che avevo dato ad un volumetto di pubblicazione precedente.

E con ciò potrei finire questa premessa, se non mi convenisse ribadire, in termini chiari e precisi, che del resto traspaiono da tutto lo scritto, la giustificazione di questa pubblicazione quasi postuma, che esistendo una bella differenza tra vita e verità non del tutto incolmabile, purché la colmabilità si intenda come semplice indice dell’approssimazione umana, uguale approssimazione, almeno, esiste fra espressività di qualsiasi genere e la verità più caratteristica dell’uomo e della vita. Nessuna verità è determinata da un a priori gratuito, ma è funzione sempre del più semplice e rigoroso modo di esprimersi.

Penso, per fare quasi un po’ di polemica, che qualsiasi cosa espressa con l’ordine rigorosamente scientifico, mentre partecipa dell’espressività, partecipa anche della verità, sempre ed in ogni tempo, più di quanto si ritiene dalla maggioranza degli uomini, che in modo del tutto gratuito ed immotivato, attribuisce valore di verità a questa cosa o a quella. Così qualsiasi realismo o neorealismo sciattamente intesi sono i movimenti che meno valgono per giungere ad una certa verità letteraria ed a quella propria della vita o alla particella della vita che vive nella parola (da tale punto di vista possiamo dar valore, comprendendola, alla celebre frase con cui Gabriele d’Annunzio ha dato un titolo ad un suo libro «Il verso è tutto») e che la poesia ha solo valore (analogo discorso potrebbe farsi per ogni altra forma di conoscenza) entro limiti non facilmente definibili, a causa di postulati che potrebbero essere mobili e che forse sono gli unici che si addicono alla natura biologica dell’uomo, postulati che sono in continuo rifacimento, di fronte alla vita anche già per il modo sempre diverso con cui s’intende la parola come particella della vita.

Si comprende da ciò quanta distanza deve esistere fra la verità letteraria e la vita complessiva e così per ogni altra forma di conoscenza, e come i poeti servendosi di un mezzo in continuo riferimento alla vita, non fosse altro per il costante legame verso questa, siano fra gli uomini che meno sanno di essa, pur parlando di cose che più o meno si riferiscono direttamente alla vita o a forme di vita che non siano propriamente il genere letterario. Ben pochi letterati, credo, si salvano e solo parzialmente da questa che caratterizza una peculiare ignoranza. Tanto era doveroso dire, anche se, prescindendo dal lato puramente personale di una premessa ad una raccolta di poesie, si cadeva nel senso di una dottrina che ci si era proposti di evitare.

Dirò in ultimo, per concludere, che per chi ha amato eccessivamente la parola, si trovi questa pure ai margini della vita, anche se per lungo tempo non ha scritto un sol rigo, è facile comprendere che il ribadire tali cose un poco personali ed un poco dottrinali ha valore se non esclusivamente, principalmente per chi oggi presenta le sue poesie e tenta di dare una ragione alla vita tramite la verità e ciò che la precede, cioè l’espressività, perché se personalmente si è quasi direttamente interessati alla maggiore evoluzione dell’espressività, si auspica proprio per la vita una sempre più crescente evoluzione.

Campiglia d’Orcia, 27 Novembre 1955

LORENZO CALOGERO