Inglese

FROM PURE SILENCE TO IMPURE DIALOGUE

Antologia a cura di Vittoria Bradshaw dedicata alla poesia italiana del dopoguerra, edita da Las Americas Publishing Co., New York, nel 1971,  il cui primo capitolo Hermetism’s last gleam: Lorenzo Calogero è dedicato per intero al poeta.


LORENZO CALOGERO: IL PROFETA DEL SESTO CONTINENTE

di Angelica Chiara Gallo

Agosto. Riviera. Il mare precipita sulla riva, investe ogni cosa. Ragazzi corrono sulla spiaggia. Il mistrale soffia dall’isola. Nel tardo pomeriggio, i colori si fanno più intensi, come le illustrazioni della “Domenica del Corriere” di tanti anni fa. Su una terrazza affacciata sul mare, circondata di alti palmeti, signori di bianco vestiti stanno disputando un torneo di un gioco di carte… Perfetto.

In questo scenario, casuale ma ideale come quello di tutte le storie destinate a diventare un grande amore, conobbi la poesia di Lorenzo Calogero. Leggevo Poesia, la rivista cui sono debitrice di altri autori poi entrati nelle mie preferenze assolute, e questo vibrante articolo di Caterina Verbaro mi aveva dapprima interessato, poi avvinto. In seguito scoprii che aveva scritto molto altro, e con quale amore, sul nostro autore. Quel pomeriggio passò senza che me ne accorgessi, mentre sfuggivano lucide impressioni della sera sul mare. Oggi posso dire che la ragione per quel rapimento era che improvvisamente avevo capito che i versi di Calogero appartenevano semplicemente alle palme…

Credo che questo inizio sia stato molto significativo: qualcosa sarebbe dovuto accadere.

In quel periodo, per i miei studi e anche perché avevo molti amici stranieri, parlavo e pensavo molto in inglese, e così naturalmente, cominciai a tradurre in inglese a bassa voce, quasi tra me e me, i versi del poeta.

“So come sui rami,l’arancio si fa d’oro…”

“I know how on the branches, the orange turns to gold…”


“E sembra un sogno, ma non ho nessuno”

“And it is like a dream, but I have no one…”


“La verità sola gravita/o è concessa/quando conosce sé stessa…”

“Truth only lays/or relays/when it is true to itself…”


La fluidità di questo risultato – parlo da un punto di vista formale, si raggiunge di solito – ammesso che mai ci si arrivi – con molto lavoro e molta fatica. Ma invece in questo caso i versi erano lì, confusi tra le palme, restituiti uno dopo l’altro in un altro idioma, come se contenessero in sé tutte le lingue del mondo… Questa è un’affermazione che meriterebbe una lunga divagazione sul valore assoluto anche linguistico della poesia. Mi limiterò a citare Luzi: “Penso che un’arte, al suo culmine, sprigioni sapienza e profezia…”. E quindi possibilità di essere tradotta e intepretata. Calogero era la tregua di Babele.

In seguito, studiai per molto tempo i versi nella loro lingua originale, con tutta la ricchezza che ne rende esigente la fruizione, lessi della sua vita, il suo pensiero. E infine, ritornavo sempre alla mia idea: Calogero doveva essere tradotto, per lo meno in inglese. Penso di essere stata fortunata a conoscere i suoi versi su una spiaggia, in un pomeriggio d’estate, le pagine sfogliate dal mistrale…Liberati dalle pagine, i versi del poeta si libravano nel cielo prendendo piano piano la forma delle ali bianconere dei gabbiani, la costa trasparente all’orizzonte, a svelare l’esistenza di un Sesto Continente, non segnato nelle carte: quello della poesia.

C’è anche un’altra circostanza che ha determinato l’inizio di questa avventura: lo studio, sempre suggerito da un articolo apparso su “Poesia”, dell’esperienza linguistica e poetica di Amelia Rosselli. Di Amelia Rosselli dovrei scrivere molto, anche per l’affetto quasi personale che nel tempo ho sviluppato per lei, tanto un autore che studiamo entra nei nostri corpi fino ad abitarli nel luogo del sangue e della carne dove di solito si insediano gli amici…

Personalmente, ritengo che questa sia anche la base del rapporto del traduttore col suo autore, uno scambio che prima che linguistico è sociale, prima che letterario, umano, come se fossimo soltanto due amici seduti la sera in riva al mare a leggere pensieri scritti in un quaderno nero. Tale processo di conoscenza intima, di partecipazione (non oso dire: identificazione), avvenne con Lorenzo Calogero in modo più pudico, trasversale. Egli era per me sempre un signore gentile, dall’aria lontana, e tuttavia non priva di ironia (capirete che parlo della fotografia che lo ritrae a Milano in Piazza Duomo), e la sua storia, i suoi fiori di limone, i suoi astri d’argento, un “luogo dell’altrove” (citando sempre il famoso articolo della Verbaro) cui potevo avvicinarmi solo con devozione, come a una cosa non sacra, ma certamente assai spirituale.

Credo che questa spiritualità attraversi l’opera tutta del nostro autore, laddove “la levità commosse le cose” e “una festa appariva già dentro una stella”.

Credo di poter dire che Calogero, indipendentemente dal suo vissuto personale, fosse anche un uomo profondamente religioso. In alcune sue iriche ho potuto individuare cantici a mio parere non rivolti alla madre, né alla ragazza amata, ma alla Vergine Maria. Eccone uno dei più dolci e solenni:


“…Tu levigata eri nella tua veste dolcissima

nell’azzurra chiarità dello spazio

o in una veste amata,

poiché di tutto in te tutto ritrovo, o bianchissima!”


“…So smooth you were,in your sweetest attire

in the celestial clarity of space

or a dear gown,

since of all things all things I find in you, all white”

Ho poi individuato, attraverso l’approccio lessicale, altre potenzialità, apparentemente o temporaneamente nascoste, nell’opera del nostro. La presenza ad esempio di un universo puro, ribelle, giovanile, quasi “punk”, laddove “angeli vaganti” attraversano “spazi stellari”, incontrano “rose blu”, suonano o sognano “la musica che adombra…e non fu vana…”. Calogero è, inaspettatamente, il più giovane di tutti i poeti e per questo dev’essere tradotto nella lingua dei cantautori, per ricongiungersi alla tradizione rock cui già appartiene…


da Come in dittici


La musica che adombra

La musica che adombra leggera sui piani

Una burrasca e domanda, curva

Concava, trattenendo una pausa

O una fiaba, s’arrotonda diafana

A le labbra, persino alla tempia

In un filo tenue d’erba d’oro e di paglia,

flauta entro un vetro la sua voce nuova,

scoprendo che non fu vana.


Music who shades

Music who shades – gently – the plan

From the hurricane and demands,

concave convex, holding his breath

Or a tale, transparent rises

On lips, even on temples sometimes,

in a gold blade of grass or of straw,

or blows in a flute his new voice,

knowing it was never in vain.

 


da Quaderni di Villa Nuccia


XXI

…Nastri lisci erano di uccelli

e un’orchidea nera fra i baci

vespertini, ora, s’aggrotta.

Tu eri nera tumida ai capelli

E così, per questa vasta oasi,

fuggitiva sopra l’acque

in un riverbero di rose…


XXI

…Plain ribbons like shining wings

and a black orchild to sunset

dusk, now slithly creasing.

You were dark wet at hair

So through this oasis

Fudging on waters

In a reflection of roses…


Vi è poi c’è il Calogero maturo, denso e convicente come un prezioso liquore invecchiato nel suo umore per molti anni, che accarezza i volti, e le cose con invariabile pietà…

 

da Come in dittici


So di un albero

So di un albero, di un libero

Mantello di foglie, di un ladro

O di un altro con un mutevole

Nome dietro una tomba; e forse

Domani ti ricorderai

Anche tu di essere nell’aria

Di un diverso versatile corso

Nell’ora del medesimo giorno. Libera

Andrai nel tuo mantello povero

E non ti accorgerai di essere una dolcezza

Vaga pigra all’aspetto,

chiara sul labbro,

tremula nell’aria, così solitaria al dolore.


I think I know a tree

I think I know a tree, a free

blanket of leaves

of a thief or another mortal

beneath a grave;

maybe tomorrow you see

your being ash in the wind

just like me. And you will travel so far

in your human cloth

and won’t never realise to be tender inside

and generous, late at the sight,

plain in your speech,

faint in the air, lone in your grief.


Dolcezza o levità

Dolcezza o levità di cose risponde

E sono alme parti uguali divise

Non più come favole, dove io

Mi comporto così amaramente

Agevole come il più forte, o forse

Non so più come si concede

Lievemente una gioia e fraternamente.


Sweetness or levity

Sweetness or levity talk

To the twin souls

No more ecstatic like tales

When I pretend to be strong,

Bitterly, or maybe

I am no more willing to grant

Brotherly joy.


Vi è quindi il Calogero metafisico de “L’altezza dei riquadri” dei “Cieli emersi”, quello che subitaneamente si ricongiunse al paesaggio marino e alle palme:

 

da Ma questo…


Il suono e l’altezza dei riquadri

Il suono e l’altezza dei riquadri

E questo inarcarsi al sommo, rivolte

In alto impietosite le mani.

Le madri ebbero ali di sonno

E volto di rugiade, concavi

Scarlatti veli d’aria i piani.

E questo musicale non essere

Quando passo, quando tocco, quando sfioro

Ragionevolmente rivolto alle nuvole.

Trasvola inesperta l’anima. Cave onde

Fluiscono da canne nella nebbia

Che s’annoia e, persino quando

Beltà nuda al suo fianco

Dal suo buio s’arrende,

isole verdi appaiono appena

presaga realtà di sogno.


The toll and square hights

The toll and square hights

And this arching at climax, upwards

Stretching compassionate hands.

Mothers had tired wings

And moisted cheeks, purple uneven

Wind veils – facettes.

What graceful not to be

When I do walk, do touch, do skim

Reasonably turning to sky.

Inexperienced the soul blows away. Empty waves

Flow from the canes in the mist

When he is bored and even when

a naked beauty at his side

From the darkest surrenders

Emerald islands arise

Omens of dream reality.


Spazio stellato

Spazio stellato

In questo esiguo pian dei morti

Gelsomini salgono rampicanti nell’aria

E s’incontrano coi miei pensieri remoti.

Un’oasi bianca oscilla

In un’amaca stanca,

un oscuro piano riverbero di giardino

dentro un vaso giallo di fiori.

Ciò che hai amato

In una piuma si screzia, nel silenzio

Di vetro folto ondeggia

E risale timido nelle tue mani.

La pace ignorata

Dei più deserti soli s’assola:

acqua bruciata scende

in profondi pelaghi gaia

e leggera gorgoglia

umida nella tua gola.


Star Space

Star space

In this thin valley of death.

Yasmine creep to the air

Meeting my forgotten thoughts.

A pale oasis swings

In a loosen hammock,

opaque reflection of woods

in a sunflowers vase.

What you have loved

Scretches in feathers, in silence

Of thick crystal sways

And slithly reflows to your hands.

The secret Peace

Of deserted suns flares:

charred water pours

merrily into deep seas

and tenderly gurgles

through your moisted throat.


Infine c’è il Calogero più mediterraneo, più ancestrale, di un mondo eternamente classico dove “un’orchidea splende nella mano” e “scivola e lungo e glauco, era il sentiero”, composto di “sillabe arcane”, per citare ancora una volta l’omonimo studio monografico di Caterina Verbaro.

 

da Ma questo…


E racconti

E racconti, ma il viavai

Va e viene. Sono corpi morti

Qua a terra seduti. Si rompono

In dialetto una violetta, una lontana

Statua viola perdute insieme

Altrove. Ma sono rosso sangue le tempie.


Tales

Tales, but coming and go

Comes and goes. They are the dead

Sitting aside. Language can break

A violet, a violet statue afar

Lost together elsewhere.

But head is blood red.

 

da Quaderni di Villa Nuccia


CLXVII

E sembra un sogno, ma non ho nessuno.

O anima, o madre dei poeti

E al tuo benigno regno, io poveruomo,

forse nessuno. E languisco nelle tenebre

che mi ha lasciato il tuo smaltato

smalto; io due volte, pronto,

sul punto di uccidermi e anche questo

mi assale in dubbio. I detriti potranno fare

povere cose miracolose e questo mi sale

al labbro, ove io avevo un punto povero

un punto povero di poeta…


CLXVII

and it is like a dream, but I have no one.

Soul, mother of poets

To your gentle reign, me, simple man,

maybe nobody. I fall in the dark

left by your shine

me, twice prone do death:

and this too I doubt.

Debris could do little wonders

And this I know from my lips

Where I did have a poor thing

A poor poet thing.


Per quanto riguarda il contenuto, la mia è una lettura trasversale, in cui gli eventi, i volti, le stagioni, si fondono in un’unica visione, quando “rarefatto il tempo, il vuoto è un rudere di passaggio”.

Per la forma, m’interessava soprattutto tradurre l’autore, per dare ai lettori di un’altra lingua la possibilità di conoscerlo, capirlo. Se un’allitterazione non si trova più nel verso dell’originale, se lo splendore scivola e viene trattenuto più in basso, da un’altra rete, tesa da una mano altrettanto appassionata e paziente…che importa? Non si tratta di tradurre la poesia ma il suo poeta. E poi seguire la sua arte poetica con la minuzia del guardiano di un giardino zen, che taglia, innesta, ricompone. Questo è tanto più vero per un poeta come Calogero, i cui salti vertiginosi devono essere compresi e assimilati, prima che riprodotti.

Augurandomi che questo lavoro possa servire ad avvicinare altri, soprattutto le nuove generazioni, tanto assetate di autentica poesia, alla straordinaria esperienza spirituale, poetica e esistenziale di Lorenzo Calogero, propongo il mio percorso, nella speranza che questo, come tutti gli altri spontaneamente nati intorno al nostro poeta, produca opere “assidue, come gemme pure”.


Angelica Chiara Gallo