Sogno più non ricordo

da SOGNO PIU’ NON RICORDO (1956-58)


ESITA QUALCUNO DI QUESTI FILI

Esita qualcuno di questi fili
d’
aria sospesi quando sulla rada
assolata foglie tristi d’ombra
sparge l’autunno.
La morte
ti si addice cosí bene
come se, dietro la vetrata glabra
delle cose, a parlarci,
stesse col suo viso povero
il viso povero
di ognuno.

OP II 154


AD OTTUAGENARIO

Ad ottuagenario ripete il sole
le radici, la sua astinenza,
e per quel suo colore pallido,
quando le nubi radono
dal cielo la terra,
e piú non si ode voce nuda
soffice dell’inverno.

Il pianto a marzo era già tardo,
un vero strazio che incolonna
le nubi e le pendici.

La volontà ripiega
e subito il panico e il rossore
sono il segno felice sui sentieri
d’un sogno glauco che non dura.

Inviolabili clemenze orme sono
presaghe, e, stanche, si spandono nel canto.
Raccoglie vivide onde l’ora
pura dell’aria sopra le viole
e, dischiuse le gemme, te sola
accanto.

OP II 156




SO MA NON TROPPO

So, ma non troppo ormai piú
di quanto era una volta una vera gioia.
Si tocca ora una fiaba.
Quanto di essa
una staccionata era nell’aria,
pure era la febbre.
S’intersecò nel cielo,
oltre te, un breve alito freddo,
un batter folle oltre la tua speranza.

Furono pelaghi sinuosamente smossi
le nebbie dove andavano i cavalli
nell’aria che si arcuò
e si addensavano le chiome
direttamente a valle,
e, presso la riva dei ruscelli,
erano fanciulli
nell’autunno che fu simile a un addio.

OP II 163




VEDO ANGELI VAGANTI

Vedo angeli vaganti e una chiarità lunare.
S’immerge una marea e sono grappoli
i suoni sui colori. Splendente
corre l’alito nel volo assiduo. Ferma,
rimasta indietro, lenta era l’origine
della luce tacita e, se trattengo,
in un dito, il tuo moto reso vivo
e visivo dentro un cerchio di immobile
splendore, trattengo anche il mio respiro
sulla vana superficie, resa desta, che mi resta.
Informi i morti odono. Nuvole
sono qua e là distese: hanno invaso
dell’arco del discosto tremulo orizzonte
il suo impetuoso immenso giro.

OP II 179



SE SI COLORA IL MONDO

Se si colora il mondo, tu, non piú nuda,
le siepi vedi, le stelle
del solitario tramonto.
Se è l’alba con gloria
non so cosa sia piú certa di te che ti sfiora
o si sfiocca, scolpita la lenta
tua gioia in quella che fu simile alla mia.

Perché da tante parti venni,
non so quando piú partire
o morire si debba.
In densi aliti stretti
batte monotona o s’assola
lontana la febbre o quest’acqua
in discesa che fa lenta la sorte
come fa avara la sete
e di forti fastigi
la carta riempie.

Vedi strani paesaggi, odi un assolo.
Isole assalgono l’aria:
dentro una sua piú strana,
caduto è della terra il peso contro corrente.
Su braccia conserti
una filigrana è impetuoso il vento
che diventa ora filo teso,
ora erba assidua o risveglio
di una sorgente, ora oro puro e suono,
o sonno vaporoso che, raro
e vario, ti chiede.

Brilla nel raggio suo notturno un sole
e riflette nel centro una sua virtú,
bianca la febbre, come la morte
era riflessa nel tuo viso bruno
e dentro un’ala era solitaria
una pena.

Fantasimi, mistica una corrente
nel tuo viso puro si alzano.
Era una gioia che avanza sempre
e tacita ti richiama nel tempo
fino alla piú tarda età
e, pianamente glauca,
dentro una faccia immota
si asconde, e, lievemente smossa,
si accende.

OP II 194


SE DA DIALOGHI MUTI

Se da dialoghi muti a logori
venti su bianchi benigni piani
il bivacco vedi che rorido s’accende,
non piú musica è una vena,
risonante l’odor di luna
che fremente dalle tue dita
sulla vita tua strana silente appare.

Concordanti, miranti ai sogni
gli occhi o una novella crescita
e già una tua pena:
non questa
che ti rimane bruna bocca vuota
murata sulle acque.
Disperate ciglia
un vento autunnale, che scolpito
è sopito nel tuo sangue, muovono
e la cenere che ti piacque.

So questa gioia in te con quella.

Sagoma inquieta non è piú la tua.
Di una vaporante disperante lena
così simile ad una vana vena
è assiduo il ricordo dentro una luna che si risveglia.

OP II 229




SOGNO PIÚ NON RICORDO

Sogno piú non ricordo.
Erma una luna da l’elleboro
traspare. Illanguiditi nascosti occhi
erano inumani sguardi su le pallide
gote, cosí bene calcolate lungo le strade,
quando, querula rinascente a valle,
guardi chi nell’ora del giuoco
del giorno celeste, libero, non fa piú ritorno
e, nascosto, ancora era nell’ora del bosco;
e tu giungesti, sola, domani.

Verde amara si confonde l’eco
di un’orma liquida col suo destino
nel cavo folle, forse, o solo dentro le tue mani.

Forse il melograno ancora trepido
la nuda gioia viva era di un mito.

Una deserta costellazione mutevole
era e rade le vie del cielo,
e tu a lei tanto tacita e vicina eri
quanto, per virtú di una sfera,
nascosto era accanto al suo,
dentro una spira, il moto veloce
del deserto celeste nel suo cammino
da cui, immota, ella, ora, ti mira.

OP II 265



I BACI, LE PERSIANE VERDI

I baci, le persiane verdi,
verdi alberi modesti, verdi mobili intorno
sulle piagge dell’orto.
Trepido è un disegno sui tetti.
Una corolla scivola su persone morte.
Sapevi quanto intatto, leggiadro un desiderio,
era colpo di un sogno dischiuso,
sogno chiuso leggero di una morte.

OP II 271



PERCHÉ OCCHICERULO

Perché occhicerulo viene
(ora sei qua vivo nel tuo cielo)
non ho da dirti nulla piú di me.
Confusa e logora sogna acqua triste
una fontana. Rivivono i morti
in questa adolescente,
e un coro di sangue
lacero ti brucia o si disfà. L’acqua
è una lucida corrente; o è glauca
o è buccia di sete guasta nell’aria
che lentamente si dilania.
Non ritorna piú ombra o respiro
di foglie morte. Lascia una sabbia
luglio nella solitudine che s’addolora
sempre piú in se stessa.
Logora è già densa piú di una spoglia morta.
Una cicala, ed or sí or no, ora gorgheggia
e sempre per compenso in un suo canto triste
un’allodola che ama. Un’ala si riflette
spesso dentro lo stesso regno,
nel tempo ch’era diverso
e di puro vetro
dal tempo che ti allontana.

OP II 279


SI RACCOGLIE UNA LUCE

Si raccoglie una luce
modesta e trepida leggiadra che ti aspetta
o va in frantumi. Ritorna libera
a te ritrovato, a caso, nel cielo de l’illusione
e sa molte cose sul tuo ciglio asciutto.
Le acque ebbero suono e un accorgimento
rapido. Non sanno essere velieri
e spire mosse del cielo vinto vuoto.

Benché il sole arido si versa,
io stanco, per virtú dei suoi vezzi,
la vena albeggiante, reclina miro;
e un ritmo era mellifluo e disadorno.

Bianco alito era una donna,
nuovo uno screzio era appena o uno spazio
serrato umile che dorma.

OP II 284


L’IMMAGINE (E’ LANGUIDA)

L immagine (è languida)
resupina riposa. Lasciata indietro
quale dormiveglia è memore
sulle acque e l’attigua superficie
è monotona e risuona.

Da monti a mete nuove
una città risplende e raccoglie
quieta non te piú sola. Un’altra sponda,
eco dormente, era come neve.

L’alito era accanto a una gioia.
Una gioia era dopo l’altra, da un luogo all’altro giunta.
Si staglia ai tuoi occhi,
remota, una luna non nuova.

Non piú lieta (un filtro amoroso
di raggi si versa) era quanto dentro una cruna
in un tuo dí di festa, un tuo giorno, era
giunto come la fortu
na.

OP II 286